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martedì 1 novembre 2011

The land into the eyes.

Avete mai pensato che nei nostri occhi potessero esistere mondi? Che sotto la calotta trasparente della pupilla potessero trovarsi crateri, voragini, sabbie, galassie?
Grazie a TheChive scopro questo, e anche come gli occhi animali, spesso, siano più simili all'idea di occhio umano che possediamo, mentre i nostri sembrino più dei piccoli ecosistemi, degli universi.
Suren Manvelyan ha viaggiato alla scoperta dell'occhio e qui ve ne porto qualche frammento :)

Nylus Crocodile, @Suren Manvelyan
Husky Dog, ©Suren Manveylan
Hyena, ©Suren Manvelyan
Human Eye, ©Suren Manvelyan
Human Eye, ©Suren Manvelyan
Human Eye, ©Suren Manvelyan
Galleria su TheChive: [link]
Sito del fotografo: [link]

sabato 24 settembre 2011

Edvard Munch, Notte, 1890.

E me ne sto qui,
seduto dietro una finestra
ad osservare i passanti
senza qualcosa da raccontare.
Languisco nella malinconia
di una vita non vissuta,
non partecipata,
soltanto osservata, pensata.
Cosa c'è che va oltre il profilo di un viso?
Quali sono i pensieri, i tumulti, le passioni
che ne animano i lineamenti, 
ne conferiscono tempra, ne delineano il carattere?
Non ho mai saputo nulla di tutto questo,
pur avendo varcato
già da tempo
le soglie del mondo.

Da esso però fui respinto
e adesso giaccio qui,
seduto dietro una finestra,
la mia.

Alexis[A.H.V.]
24.09.2011
©Immagine dal web

Edvard Munch, Notte, 1890.

sabato 17 settembre 2011

Edward Hopper

da ©YouTube

Io, in questi dipinti, in questi stralci di vita a volte silenziosa, altre lievemente scossa da tiepido vento, ci vedo calore.
Un calore che non produce rumore, che non ustiona, che si insinua con delicatezza nel pensiero, che commuove tanto è immensamente concreto e reale nella sua espressione.

mercoledì 14 settembre 2011

Detroit Ghost City

Ed è ancora grazie a TheChive, che vengo a conoscenza di un fatto che ignoravo del tutto: la caduta in rovina della città di Detroit.
Sono stata immediatamente spinta a cercare qualche notizia in più, soprattutto a causa del fascino procuratomi dagli scatti di due fotografi che si sono occupati di ritrarre/denunciare la situazione della cittadina americana, Yves Marchand e Romain Meffre, e ho scoperto che quest'ultima imperversa in una crisi demografica dagli anni '60 circa che non accenna ad arrestarsi. Le cause sembrano essere le tensioni razziali degli anni '60, la crisi delle aziende automobilistiche di punta e, di conseguenza, l'aumento dello stato di criminalità, però, se devo essere sincera, ho trovato solo notizie evasive e superficiali a riguardo, nulla che specifichi meglio l'entità ed il motore di questo declino [ Link - Link ].
Una cosa, però, rimane certa: osservare questi scatti è impressionante.
Come è stato già notato, a quanto leggo, sembra quasi di trovarsi sul set di un film post-apocalittico, un luogo in cui ormai vige il ricordo della vita che indossa la maschera della morte, non saprei come meglio definirlo, infatti. I luoghi morti un tempo furono vivi e funzionali e quell'atmosfera sospesa che si crea nelle rovine di questa città, come in quelle da me stessa visitate della antica Poggio Reale, è totalmente pervasa da tracce di ricordi di vita, come un respiro che continua a promulgarsi, anche se affannosamente. Fondamentalmente è questa l'essenza di ciò che definiamo fantasma: il ricordo di una vita attraverso l'apparenza palpabile della morte.

Ballroom, Lee Plaza Hotel

Bagley-Clifford Office of the National Bank of Detroit

United Artists Theater

Melted clock, Cass Technical High School

Link alla galleria dei due fotografi:
©

martedì 30 agosto 2011

Gli insetti di Mike Libby

Proprio ieri girovagavo qui e lì per il web alla ricerca di 'notizie visive' sullo Steampunk... e oggi, su TheChive, trovo questi:




Queste sono solo alcune delle creazioni di Mike Libby, uno scultore contemporaneo che ha dato vita all'Insect Lab, un vero e proprio laboratorio in cui combina parti meccaniche a... cadaveri di insetti! :P
Le creazioni Steampunk mi risultano molto interessanti, più che altro adoro vedere gli ingranaggi esposti ed il loro particolare colore, effettivamente sarà proprio questa connessione con il tempo che mi attira; mi fanno pensare ad una realtà collocata in un'epoca non ben definita, in cui la meccanica pura è sinistramente ma naturalmente viva.
Leggo dal sito dell'Insect lab:
How did insect lab begin?
One day I found a dead intact beetle. I then located an old wristwatch, thinking of how the beetle also operated and looked like a little mechanical device and so decided to combine the two. After some time dissecting the beetle and outfitting it with watch parts and gears, I had a nice little sculpture.
Certo, non condivido molto l'idea di farsi mandare gli insetti da ogni parte del mondo (sempre se ho capito bene e tenendo presente che il collezionismo in questo senso credo sia parecchio diffuso!), nonostante Libby affermi che non si tratta di specie in via di estinzione, però l'idea di riutilizzare un cadavere per creare qualcosa che diventi meccanicamente immortale la apprezzo molto, nonostante a qualcuno potrà provocare una certa e comprensibile impressione.
A riguardo, mi vengono anche in mente le creazioni di Jessica Joslin:

  


Queste, però, radicalizzano ancora di più il concetto di vita meccanica, mista anche ad una visione macabro-circense delle forme animalesche create.
Trovo che questo mondo abbia un fascino davvero ed del tutto particolare!
Alexis[A.H.V.]
©Immagini dal web

martedì 23 agosto 2011

Da «Il padiglione d'oro»

«[...]se è vero che la bellezza può concedersi a chiunque, essa tuttavia non appartiene a nessuno. Già, come posso dirti? La bellezza è come un dente guasto. Sfrega contro la lingua, sta dentro la bocca, duole e combatte per la propria esistenza. Alla fine, il dolore è tale che si va dal dentista a farselo estrarre. Allora, guardando nella propria mano quel piccolo dente marcio e insanguinato, viene da pensare: "E questo? Era tutto qui? Ciò che mi dava dolore, che con la sua esistenza mi faceva penare senza sosta e che aveva in me radici tanto tenaci, adesso non è dunque che materia inanimata! Ma è veramente lo stesso di prima?[...]ciò che è stato estratto fuori di me ed ora sta sulla mia mano è tutt'altra cosa. Senza dubbio non è più lo stesso."
"Capisci?" - proseguì Kashiwagi - "Così è la bellezza."»

da Y.Mishima, Il padiglione d'oro


Come promesso ho ripreso a leggere questo testo da dove lo avevo lasciato un mesetto fa circa, e ne ho trovato un succo, anzi, una polpa parecchio densa e ricca.
Questo passaggio lo trovo uno snodo focale per comprendere ciò che è avvenuto prima e ciò che, probabilmente, si svilupperà successivamente, ma la lettura confermerà o smentirà da sé quanto supposto! :))

Opera di Jiang Guo Fang

mercoledì 17 agosto 2011

Claude Théberge

Ve lo presento in toccata e fuga.

[to be continued...]

Generalmente, adoro le immagini che emanano calore.
Quelle immagini in cui sembra esservi un barlume sottile di vita che pervade qualsiasi cosa esso tocchi, per questo ho adorato da subito le opere di Claude Théberge.
I suoi dipinti, seppure mossi dal vento, bagnati di pioggia, sembrano essere immersi nel respiro tiepido delle emozioni; ogni tinta risalta al contatto con la particolare atmosfera creata dalle nubi, le stoffe volteggiano morbide sul vento che le accarezza ed i corpi, avvolti da cappotti e cappelli, sembrano raccontare le storie del quotidiano, così, con delicatezza; storie di amori soprattutto, o di grandi effusioni e tenerezze.

Alexis{A.H.V.]
24.08.2011

sabato 30 luglio 2011

Un po' di Belle Arti.

Il surrealismo liquido e lunare di Yves Tanguy.


L'onirismo fiabesco naïf e primitivo di Henri Rousseau.


Spontaneamente, mi sono trovata a pensare di essere di fronte a due artisti senza tempo. 
Nel primo caso, Tanguy, perché le sue opere sembrano essere uscite dai più recenti studi di computer grafica. La tridimensionalità, la liquidità e la freddezza lunare, desolante, delle forme sembra essere un prodotto più contemporaneo di quanto in realtà non sia, figlio di una estesa glaciazione dei tempi che prevede la computerizzazione dell'intera esistenza. Le sue figure sono diverse da quelle (già definite bonariamente da me) 'ingombranti' di Dalì, sono più silenziose, quiete, quasi immateriche, degli spiriti che vagano nello scheletro di una realtà presunta.
Rousseau, invece, trasporta in un mondo che condivide con Ligabue la stessa tensione 'infantile', la stessa carica immaginaria, visionaria, fortemente archetipica. Non è semplice trovare le parole per esprimere ciò che Rousseau mi comunica, ma credo non ne esistano di più esatte di quelle che ho appena utilizzato; come se egli cogliesse direttamente le idee delle forme e della realtà sensibile per renderle concetto eterno, immanente, inevitabilmente riconoscibile.
Magritte avrà avuto qualcosa da divorare di lui per la propria arte, a mio avviso, così come il sopracitato Ligabue.
Alexis[A.H.V.]
30.07.2011

venerdì 22 luglio 2011

De(l)"lo spirituale nell'Arte"

Per 'dovere di materia', ho avuto l'occasione di leggere questo testo.
Devo dire, però, che sebbene certe speculazioni mi abbiano colpita parecchio, altre non le ho condivise. 
La tensione spirituale che anima il testo, dovuta alla fascinazione provata da Kandinskij nei confronti delle dottrine teosofiche, spesso mi risulta molle alla lettura, così come mi sembra stemperi gli intenti, come se il mordente più propriamente artistico, quello pratico, della ricerca applicata e pragmatica di uno stile figurativo che meglio esprima una data sensibilità, venisse smorzato dalla ricerca 'forzata' di una motivazione spirituale.
È una ricerca affascinante, soprattutto nello spazio dedicato al suono dei colori e alla corrispondenza che esiste fra questi e determinate forme geometriche, al corrispettivo ritrovato nel mondo musicale nell'utilizzo dei vari toni cromatici oppure del bianco e nero e alla comprensione della possibilità di creare infinite nuove composizioni armoniche fra colori e forme variandone i rapporti, però, ecco, credo che ciò che Kandinskij vorrebbe far vivere nella propria arte attraverso le combinazioni di forme geometriche e colori... non siano altro che le proprie emozioni ed i suoni da esse emanati. La spiritualità con la quale viene colorato il tutto può essere ricondotta alla dimensione umana e alla ricerca della forma espressiva più adatta a renderla concreta, niente di più, niente di meno.

W. Kandinskij, Composizione Astratta

La figura del Cavaliere Azzurro, simbolo della nuova spiritualità, non è altro che una volontà di ritorno al mondo fiabesco (tanto caro, fra l'altro, all'immaginario russo), un ritorno alla scoperta della semplicità delle emozioni e all'espressione diretta, istintiva di queste. In questo senso, l'Astrattismo si vestirebbe di una ulteriore accezione: la purezza delle forme geometriche risponderebbe alla purezza delle sensazioni provate e manifestate dai bambini; una forma semplice per un'emotività diretta, si potrebbe dire, dove per semplice si intende la semplicità della riproduzione di una figura geometrica.
Credo che, spesso, la tensione spiritistica (non uso a caso questo termine!) 'rimbambisca' le intenzioni e le manifestazioni dei pensieri puri e si ponga quasi come una giustificazione/legittimazione di un pensiero che trova altrove le proprie radici, in una dimensione estremamente più vicina e concreta.

W. Kandinskij, Einige Kreise, 1926
Per questo ho apprezzato ed apprezzo maggiormente, in generale, la produzione artistica di Paul Klee, trovo che in essa vi sia una maggiore sincerità espressiva che si pone in diretto contatto con l'immaginario onirico, così da risultare naturalmente 'spirituale' e fortemente animata da una tensione visionaria. Dell'opera di Kandinskij sono solo alcuni lavori ad affascinarmi profondamente, quelli che sembrano più direttamente connessi allo studio del suono in senso cosmico, che risultano anche più morbidi nelle linee e sfumature tonali (vedi Einige Kreise).

Paul Klee, Gatto e uccello, 1928
A questo punto, almeno per me, si apre il quesito su cosa debba essere considerato come 'lo spirituale nell'arte': il richiamo al mondo dello spirito inteso come un mondo altro, trascendente, cui l'animo dell'uomo attinge e al quale anela, oppure esso è, piuttosto, il mondo delle facoltà visionarie, il mondo della psiche, del ricordo, della suggestione sensoriale filtrata dall'emozione?
Io tendo a considerare maggiormente la seconda ipotesi, quella a me attualmente più vicina.
Alexis[A.H.V]
22.07.2011

P.S.: ovviamente 'Lo spirituale nell'Arte' non è soltanto questo, la parte introduttiva riflette molto dettagliatamente sulla società e sul suo andamento ed è fonte di diversi spunti di riflessione che credo presenterò nei giorni a venire! Anche perché la teoria della piramide mi piace molto. :)

giovedì 14 luglio 2011

Scatto di gatto!

Non dire gatto, se non ce l'hai nel sacco (o nello scatto, in questo caso :)!
Vado fiera sia dello scatto che dell'intera illustrazione che poi vi mostrerò.

Alexis, La leggenda del gatto chiamato Notte, particolare, matite e pastelli su carta comune, 2011.

Spero di scriverci qualcosa su questo micio!!
Anzi, per la verità, quel qualcosa è già cominciato! :P
( Lo trovate su: http://alexisdeva.deviantart.com/ :)

venerdì 17 giugno 2011

Bozza #3 - Sull'Architettura

L'Architettura è un organismo mobile e vivo più di quanto si possa considerare.
Al suo interno vibrano, ululano le forze fisiche, le trazioni e le resistenze fra i vari elementi che ne costituiscono lo scheletro al fine di creare un unico, grandioso, complesso organico.

Zaha Hadid Project for Performing Arts Centre in Abu Dhabi 

Adesso, a prescindere da ciò che si può studiare a riguardo, sono arrivata alle conclusioni sovracitate per mezzo della percezione, ricezione ed apertura al mondo della sperimentazione architettonica. 
Già, mi sembrava impossibile che questo potesse accadere... eppure è accaduto! Ed è accaduto naturalmente e per caso, mentre scoprivo, grazie ad un inutile test di Facebook, le opere di Zaha Hadid; da lì fu amore!
Complice, al momento, anche lo studio dell'Arte contemporanea, delle innovazioni di Le Corbusier e delle stupende ideazioni di Frank Lloyd Wright.
L'Architettura adesso mi appare non soltanto come l'idea e l'apparenza di un edificio, ma credo rappresenti qualcosa di socialmente più pregno; innanzitutto è il volto che la società da al luogo in cui si stabilisce e vive, è la sintesi estetica di alcuni degli ideali fondamentali di un dato tempo e di una data sensibilità storica e culturale, è e deve essere decorativa e funzionale al contempo, soprattutto nel caso dell'architettura monumentale, mentre l'architettura sociale, sebbene anch'essa subisca un po' gli effetti dei parametri estetici in voga in un dato periodo storico, è però più semplificata nelle forme e superficiale nelle scelte, per un'ovvia questione di "produzione in serie e/o di massa" che non permette di focalizzarsi adeguatamente sulle qualità estetiche e decorativo-ornamentali (o meglio: si perderebbero troppo tempo e troppo denaro se se ne tenesse eccessivamente conto!). Questo, però, non incrina il fascino di un qualcosa che creiamo e che ci avvolge e coinvolge ancor più dell'Arte in senso figurativo... con l'architettura "dobbiamo averci a che fare", anche se si trattasse di una capanna delle più semplici: sempre di una costruzione si tratta, sempre di un'esigenza umana estrinsecata in uno scheletro funzionale che costituisce una forma rudimentale, primordiale e pur sempre viva di architettura! :)

Alexis[A.H.V.]
©Immagine dal web.

martedì 14 giugno 2011

Della materia e della sua apparenza

«Rintraccia nel cielo sbiancato il sole d'oro
senza evasioni in una sola metafora.
Guardalo nella sua nudità essenziale
e dì: questo, questo è il centro che cerco.»
W. Stevens, «Note verso la suprema finzione», Arsenale Editrice

È lì, immerso in quel cielo plumbeo e solitario e osserva, sonnecchiando, i profili dei passanti.
Sta lì, ignaro della vita che dona, eppure così forte, possente ed onnipotente nella propria incosciente luminescenza.
Non mi era mai capitato di pensarlo così a lungo, di concretizzarne la reale essenza. Spesso ci si accinge alle cose considerando soltanto quella che è la loro apparenza esterna; si dice di sapere cosa sia un tavolo, una sedia, un sasso, eppure, in realtà, rarissime sono le volte in cui ci si sofferma ad osservare con occhi nuovi questi oggetti del quotidiano, scavandone oltre la forma sensibile.

G. Morandi, Natura morta, 1929

Ed è così che capita di conoscere per la seconda volta, anzi più profondamente, l'essenza del mondo circostante, poichè tutto ci apparirebbe nuovo se svegliassimo gli occhi e l'intelletto per dedicarci a questo tipo di esplorazione della realtà.
Un po' come fanno gli Iperrealisti o i Realisti magici.
Essi scovano nella realtà e nella apparente semplicità della materia quel tanto di altro che sfugge ai più, catapultano sembianze del quotidiano in una dimensione che conosce qualcosa di diverso, di più profondo, eppure sublimemente reale, materico.
Una sorta di alchimia delle forme che non è già magia né illusione: è la pura essenza delle cose che si svelano all'occhio nude e nuove.
La bellezza che risiede in tutto questo, sta nel fatto che le cose stesse sembrano essere inconsapevoli delle vibrazioni che emanano: un frinire di onde, di input ottici percepiti da astanti più o meno distratti.
Se la materia sia sostanza o puro pensiero, ciò non ci è dato ancora di scoprire, ciò che però pare essere concesso, è proprio questo infinito, perturbante e continuo riscoprire il mondo.
Alexis[A.H.V.]
12.06.2011

Da un tema per RossoVenexiano.

domenica 12 giugno 2011

Dal blog di Albo

Da una grandissima sensibilità, spesso celata a molti. :D

«Probabilmente perché la risata è un'attività che coinvolge gli stessi muscoli che usiamo per piangere, gli stessi per commuoverci, gli stessi per arrabbiarci e per dire qualcosa. Quel qualcosa che aldilà del nostro primo lavoro importante, vivere, ci conforta con la sua immancabile presenza, negata a tutti quelli che non hanno intenzione di capire che lei non vuole essere invadente, ma solo una semplice e piacevole compagna, che con forza cercherà di aggrapparsi alle tue mani, un po' per la paura di essere abbandonata, un po' per stringerle affinché tu le dia la concessione di patteggiare un sodalizio eterno. È il patto che l'arte stringe con le persone, non con gli artisti che si denominano tali. Lo specifico in questa sede. Non sono un'artista. Sono solo morbosamente affascinato dalla creatività, da tutto l'appagamento che può dare, da tutto quel che significa deporre un attimo il putrefatto cadavere della realtà per cavalcare le nuvole di ogni piccolo atomo di idea e gonfiarle lentamente in un cielo limpido di storie bellissime da raccontare. E ogni storia è frutto di una storia precedente, forse meno bellissima, ma a cui non può essere sottratto il suo racconto.»

Little fairy

E poi mi è capitato di immaginarla così, quest'Arte! :)
Per leggere tutto il post: Tales of Albo

©Immagine dal web

venerdì 10 giugno 2011

Domanda!

Può la mia tensione al fantastico essere 'figlia' di una mia necessità artistica e non causa della stessa?

A.Beardsley, Dragon. 

Sto cominciando a credere di sì, e la cosa non perde affatto di fascino! :)
Come se, tra le tante possibili, questa scelta mi si proponesse come la più affine alla mia sensibilità artistica, quella che meglio riesce ad esprimerla e non necessariamente come una causa, forza motrice dell'atto del creare stesso; in questo ultimo caso sarebbe come se il mio scrivere o disegnare dipendessero solo e soltanto da una particolare scintilla che le metta in moto e senza la quale non produrrebbero più nulla, ma considerando la fascinazione del fantastico come un canale espressivo, rendo la mia 'arte' libera da particolari connotazioni: un dato di fatto, un qualcosa che esiste e si manifesta nelle modalità che ritiene più consone.
Creo, insomma, perché mi viene spontaneo. Generalmente non esistono cause o scopi precisi, esiste la volontà ed il piacere provocato dall'atto in sé; credo, anzi, che cause e scopi esistano nel momento in cui ci si trova in una particolare condizione emotiva che sfrutta il mezzo artistico per esorcizzarsi in qualche modo, ma che, in generale, l'atto creativo è un atto non necessariamente condizionato. 
La grandezza dell'Arte sta, almeno per me, proprio nell'inglobare e nel contemplare, anche all'interno dello stesso individuo, entrambe le componenti: quella più marcatamente emotiva e motivata e quella più 'pura' nel senso di scevra da motivazioni e cause.
Alexis[A.H.V.]
©Immagine dal web

giovedì 9 giugno 2011

Quote #

Pablo Picasso, Guernica, 1937

«Con Guernica abbiamo cominciato a voler vivere, a uscir di prigione, a credere nella pittura e a noi, a non sentirci soli, aridi, inutili, rifiutati; a capire che anche noi pittori esistevamo in questo mondo da fare, eravamo uomini in mezzo agli uomini, dovevamo ricevere e dare.»
Ennio Morlotti

mercoledì 8 giugno 2011

Bozza #2 - 'Il padiglione d'oro'*

Gli orientali tendono, spesso, a non lasciare che le emozioni oltrepassino eccessivamente la soglia delle parole nella poesia; essi sono degli osservatori della natura e attraverso di essa si esprimono (almeno per ciò che ho appreso nella mia piccola esperienza da lettrice) senza aggiungere quel tanto di oltre che ne incrinerebbe la stabilità formale. Eppure è un popolo ricchissimo di interiorità, un'interiorità talmente grande da essere quasi mai apertamente manifesta.

K.Hokusai, Tramonto attraverso il ponte di Ryogoku,
Trentasei vedute del monte Fuji- n° 12, 1831-33

Ciò è appurabile anche nell'Arte, almeno quella del periodo pre-contemporaneo, quando lo spirito giapponese, nello specifico, era maggiormente solido e non frantumato dalla crisi d'identità che lo ha investito subito dopo la seconda guerra mondiale.
Per il Giappone aver perso la stabilità, aver perso l'onore nazionale per il non essere riuscito a difendere la propria identità, è stato causa di un profondo trauma che lo rende, adesso, una nazione intrisa di contraddizioni, almeno apparentemente. In realtà, credo che non sia mutato di molto il sistema di valori della civiltà giapponese, bensì si sia traumaticamente spostato di segno: dal senso dell'onore in battaglia, dell'obbedienza al signore a quello della devozione per l'azienda, per il capo ufficio, per la produzione a ritmi esorbitanti ed estenuanti.

Tetsuya Ishida, Control, 2004-07

Questo, nell'Arte, ha provocato il passaggio da Hokusai ad Ishida, dal lirismo etereo dell'Ukiyo-e ad una realtà violenta e brutale, pervasa da una tecnologia che ingloba gli individui, li inghiotte fino ad annientarne l'identità.
Ishida è stato una scoperta angosciante, nelle sue opere traspare il dramma di un uomo che non riesce a relazionarsi con il sistema che lo circonda, che lo opprime fino a condurlo al suicidio. Destino simile, quello di un altro grande protagonista del Giappone contemporaneo che già più di una volta ho citato: Yukio Mishima.
Mishima, però, nella sua attività da scrittore non rinuncia a quella compostezza formale tipica della cultura nipponica pre-conflitto mondiale, mostra il suo malessere sociale con scritti che hanno il sapore del disdegno e del rifiuto degni di un guerriero, lontanti dalla terribile umanità del più recente Ishida.

Yukio Mishima

I suoi protagonisti vivono di una particolare forza interiore che spesso risiede nell'alterità degli stessi rispetto al contesto in cui si muovono, come se fossero degli 'spiriti eletti', nati con un segno di Caino in fronte che li costringe, di volta in volta, a confrontarsi problematicamente con la realtà.
D'altronde, Mishima stesso conserva in sé tutta la sensibilità di una nazione sconvolta dal cambiamento e dalla sottomissione, sensibilità che però non vuole arrendersi culminando, così, nell'atto di massima negazione all'esistenza: il suicidio d'onore, il quale, probabilmente, nasconde le stesse fratture interiori che si respirano a fatica nell'opera di Ishida.

Alexis[A.H.V.]
©Immagini dal web

(*): ho scelto questo titolo, tratto da un romanzo di Mishima 'in lettura', perché l'ho trovato particolarmente rappresentativo rispetto alle riflessioni sulla civiltà giapponese espresse nel post. :)

lunedì 6 giugno 2011

Uno sguardo al Futurismo

Le forme aguzze, taglienti del Futurismo, seppure paiono animate da una furia incosciente e travolgente, vibrano del rombo delle industrie nascenti e di un vitalismo dal sapore differente rispetto a quello cui il mondo artistico si era abituato.
Non mi riesce difficile immaginare in quale atmosfera vissero immersi questi artisti riottosi e scapestrati che del dinamismo, dello spazio, del delirio del moto fecero il proprio baluardo.

U.Boccioni, Stati d'animo: quelli che vanno, 1911

Il dinamismo, il rapporto del movimento di un corpo in relazione allo spazio entro il quale esso è posto, la corsa al futuro, al progresso, la rottura con il passato, lo svecchiamento delle precedenti concezioni artistiche. Il Futurismo ha avuto il merito di agire come un Caino distruttore del biblico Abele, una valvola che si è aperta, esplodendo, su una nuova realtà e concezione della stessa e munita della tipica presunzione dell'innovatore consapevole. 

L.Russolo, Dinamismo di un'automobile, 1912-13

Da adesso tutto è nuovo, tutto è frammentato e frammentario, tutto è immerso in un rigoroso disordine formale che svela l'unicità di ogni singola particella (soprattutto in campo letterario); regna l'interferenza, il disturbo, la mosca all'orecchio del rumore della realtà.

Alexis[A.H.V.]
©Immagini dal web

venerdì 3 giugno 2011

Le notti di Van Gogh

Navigare fra le pennellate delle notti di Van Gogh
è come perdersi fra i flutti di un mare
del quale si ignora la reale natura.
Ogni pigmento è anima densa,
traboccante di una vita spesso inibita
dalla cruda realtà della psiche.
Ogni gemito di colore
è urlo esasperato
di colui che necessita di estremi
per dirsi vivo.
Eppure, in certe di queste notti
è quiete che si respira.
Un profondo soffio vitale
che accarezza le forme accennate,
i rilievi del terreno e dei campi,
e i volti, mutilati o integri che siano.
Mai, allora, considerare soltanto un aspetto
di quelle sere vestite di stelle ardenti di fuoco.
Mai condannare un'anima alla totale sofferenza
dimenticandosi, così, dei raggi di luce che hanno potuto attraversarla.

Alexis [A.H.V.]
02.05.2011

V. Van Gogh, Notte stellata sul Rodano, 1888 

mercoledì 1 giugno 2011

Suggestioni da Emil Nolde

Ho sempre percepito in Nolde un primitivismo ferino ben diverso da quello espresso da Gauguin.
Il secondo, infatti, sembra mirare ad una placida e naturale ricerca dello spirito nell'esotico, miscelando, talvolta, temi occidentali per tradizione con l'ancestralità primordiale dei popoli del Pacifico e anche nelle sue visioni legate alla Bretagna, difficilmente, l'occhio dell'osservatore viene sconvolto dalla violenza di un qualche elemento; violenza che erompe, piuttosto, nelle opere di Nolde.

Mask still life III, 1911

Dance around the Golden Calf, 1910

Emil Nolde propone il primitivo non in quanto spirito, bensì in quanto carica istintuale, violentemente erotica, quasi demoniaca. Le figure vengono tratteggiate con frenesia, mostrandone anche degli accenti grotteschi abbastanza evidenti, sebbene, però, abbia anche saputo dar vita ad una serie di figurazioni paesaggistiche in cui il carattere espressionista di alterazione dei colori, in obbedienza alla percezione più che all'imitazione, mostra un effetto mitigato rispetto alla risonanza riscontrata nelle figure.

Lake Luceren,1930

Nolde turba in ogni sua opera, una improvvisa e potente folata di vento, ma in alcune opere questo turbamento ha più un sapore malinconico che brutale, esattamente come un soffio, un sospiro che soffocano un grido.

Notte al chiaro di Luna, 1913

È interessante anche notare come fra i primi decenni del XX secolo e gli anni Trenta del medesimo, ad acquietarsi è anche il tratto e la modalità d'esecuzione, come se le pennellate si trasmutassero da graffiti a soffici nuvole.

Red Clouds, 1930

Questo artista mi da sempre una grandissima emozione, sebbene quando lo approcciai per la prima volta ricordo di avere provato quasi un senso di repulsione per quelle figure fin troppo "sfigurate". Adesso, invece, riconosco in lui una tensione, una vibrazione, una forza vitale che non potevano essere espresse diversamente.
Ciò che è primordiale, istintivo, è sempre violento in qualche modo, almeno questo tendo a pensare, ed è violento perché costituisce una rottura con la razionalità, è liberazione di desideri e sensazioni quotidianamente ingabbiati, un'esplosione vulcanica, più che una semplice eruzione.

Alexis [A.H.V.]
©Immagini dal web

martedì 31 maggio 2011

L'unicità della Copia

In questo mese di reclusione forzata ma fortuita, ho avuto modo di ritrovare una quiete ed un equilibrio che andavo, man mano, perdendo.
Ho ripreso dei progetti 'scrittorii', ne ho avviato degli altri e, a livello grafico, mi sono limitata ad osservare e scopiazzare qualche figura che ritenevo attraente dal punto di vista stilistico; niente di che, insomma! Devo dire, però, che sto sviluppando un tratto piuttosto maturo rispetto a quello al quale sono abituata ed ho compreso che osservare e 'imitare' può costituire un buon mezzo per modificare/migliorare la propria sensibilità grafica, oltre che ampliarla.
Effettivamente, i primi schizzi prodotti quando ero bambina nascevano da suggestioni grafiche esterne che mi fornivano degli input successivamente elaborati in base alle doti di allora, salvo poi abbandonare il mezzo della copia, fondamentalmente perché 'non brava a copiare', nell'illusione/presunzione di poter fare tranquillamente da me.
Ma invece no!
Sto scoprendo una dimensione creativa della copia, oltre che imitativa, poiché i tratti acquisiti possono servire da calco per futuri progetti e vanno, comunque, ad arricchire il bagaglio conoscitivo personale, senza contare che una figura copiata possiede sempre il calco della mano che gli da forma e diventa una prodotto unico nel suo genere, può essere arricchita anche, o modificata rispetto all'originale nei colori e deformata nel contenuto, ad esempio.
Esistono 'copie', serigrafie, che hanno fatto la storia e la rivoluzione dell'Arte, soprattutto nel panorama contemporaneo [Duchamp, Warhol per citarne alcuni] e altre che hanno decretato i dettami di intere correnti artistiche [si pensi a Winckelmann e al Neoclassicimo], anche se per errore inconscio, e non me la sento più di considerare una copia come qualcosa di inferiore all'originale.

M. Duchamp, L.H.O.O.Q., 1919

Essa acquisisce dignità autonoma, anche se fortemente referenziale, ed una propria, specifica utilità ed importanza.


F. Bacon,
Studio dal ritratto di Papa Innocenzo X di Velàzquez, 1953.