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venerdì 23 settembre 2011

Delle mitologie [vecchie e nuove].

«Del resto, la tendenza ad affidare a romanzi dichiaratamente "di finzione" (da La profezia di Celestino al ciclo appunto di Il codice Da Vinci) il compito di fare da capostipite a forme di credenza New Age, non meno ambiziose di tante altre fedi tradizionali, è uno dei fenomeno tipici del nostro tempo,[...].»
Peppino Ortoleva, 
Diversamente vivi.

Questo la dice lunga su diverse cose, se diamo per buono che la natura dell'uomo rimanga sempre uguale a se stessa pur nella sua continua evoluzione e se imputiamo questa tendenza a qualsiasi tipo di testo che è sempre e comunque forma letteraria e, quindi, in buona parte di origine fantasiosa.

Bela Lugosi - da Vampyres-online

domenica 4 settembre 2011

Il Naturale, forse.

L'uomo può esprimersi completamente come tale soltanto nella società cui naturalmente appartiene.
La natura prevede un sistema differente che limiterebbe le potenzialità umane per ovvie ragioni di sopravvivenza a priorità d'azione.

Sembrerà scontato, banale o, al contrario, inconcepibile, però credo che sia così.
Fra l'uomo e l'animale ed i rispettivi ecosistemi esistono delle differenze che non risiedono nei linguaggi o nei bisogni sostanziali né nella dignità, bensì nell'approccio e nello sviluppo di determinate capacità.
L'uomo crea il superfluo; attraverso l'arte, la tecnica, la scrittura, crea quello che viene definito il sapere, elemento, ormai, fra i più importanti che la società possa vantare e che in natura non ha effettivamente ragione di esistere, poiché la necessità dell'immanenza prevale rispetto a quella della speculazione, quindi, semmai, in essa ha ruolo cardine l'esperienza.
Ci riflettevo su dopo aver parlato con un amico di Ritorno alla Laguna Blu e del malloppo di significati che dovrebbe trascinarsi dietro e di quanti di questi siano fondamentalmente basati su concetti idealizzati, come la stessa Natura. Potrò sbagliarmi, ma penso che l'uomo provi una sorta di rispetto filiale nei confronti della natura poiché ne ammira l'equilibrio ed il funzionamento, senza mai rendersi conto abbastanza di cosa comporti realmente il sistema naturale; tendenzialmente, nella Natura si riconosce una sorta di culla dell'umanità e di madre degli esseri ed il mito di ritorno ad essa spiega/giustifica la necessità di purificazione dello spirito umano, ma un uomo che tornasse al naturale... non avrebbe più tempo per essere uomo.
Nutro ancora dei dubbi su ciò che ho scritto, ma mi andava comunque di dargli forma e condividerlo.

Alexis[A.H.V.]
04.09.2011

Marina "mellarte", Natura-essenza.

domenica 21 agosto 2011

Da cosa nasce cosa

#1
Sono terribilmente affascinata dal mistico nel quale erano immerse le antiche civiltà.
Mi piace pensare agli uomini che cercavano di comprendere e di concepire il mondo, dalla sua nascita al suo  perpetuo e ancora attuale funzionamento, attraverso la creazione di miti, sorte di fiabe (non esenti da elementi assolutamente realistici e puramente terrestri), epopee divine che nutrivano l'immaginazione degli astanti e sfamavano la fantasia dei loro artefici.
Questa idea mi è venuta così, semplicemente discutendo, e dire che ci avevo pensato già molto tempo fa, quando mi capitava, effettivamente, di riflettere sull'attività di creazione artistico-letteraria.
Quando un artista crea, dando forma ad una creatura o plasmando una storia, non necessariamente questa attività nasce da una visione passata, da una reale ed effettiva reminescenza, essa può anche essere figlia di una semplice visione istantanea; figure che nascono dal nulla, quindi, dalla fusione di elementi e spunti differenti che convogliano in un unico, nuovo ed originale essere. 
Oggi può essere una creatura del Dottor Moreau, ieri poteva essere un dio.

#2
Perché si considera primitivo e selvaggio l'approccio mistico degli animisti, più vicino alla spiritualità dei primi uomini, mentre acquisisce grande valenza, quasi indiscutibile, l'idea di dio o dei? E perché non ci si ferma a pensare che il progressivo distacco dalla concezione della natura-dio fino ad arrivare a quella dio-uomo procede di pari passo con la civilizzazione e la complicazione del sistema sociale e cittadino umano? È come se l'uomo, prendendo coscienza di sé, si allontanasse sempre di più dal mondo naturale tanto da arrivare a non attribuirgli più quel carattere divino che l'aveva avvolto fino a quel momento, ed è un distacco avvenuto in maniera molto precoce, segno che l'uomo ha praticamente fiutato subito quello che tuttora rimane il mistero sulla sua reale natura, la sua indiscutibile (senza faziose accezioni al termine) diversità rispetto al mondo naturale cui comunque è legato da leggi basilari che ne regolano gli istinti, incentrando e modificando la concezione del divino a propria immagine e somiglianza.
Altra domanda che mi pongo: se il dio è un principio assoluto, alla luce del ragionamento appena esposto, come è possibile che l'uomo abbia avuto la possibilità di plasmarlo nelle più svariate maniere nel corso delle diverse epoche e attraverso le diverse civiltà? Non sarebbe più logico pensare che ogni civiltà abbia dato forma alla propria essenza essenza mistica, al proprio 'spirito', utilizzando i connotati che meglio conosceva e riusciva a comprendere, piuttosto che pensare che sia stato attuato, secondo un programma divino, un processo secondo il quale il dio, per essere meglio compreso dall'uomo, abbia preso sembianze note al popolo e alla civiltà cui si presentava? 
In un'era variegata come questa, esiste quasi una fede per ogni individuo, un'idea di dio personalizzata per ognuno; e dio non si è presentato a tutti, meno che a me, ed è questo il tempo dell'individualismo.

#3
L'uomo primitivo doveva cercare di dare un ordine all'immanente mondo naturale che lo circondava, lo spaventava, ma ne dominava la fantasia, lo affascinava, doveva decodificarlo; l'uomo civilizzato comincia a scostarsi dalla natura e ad osservare con maggiore peculiarità le attività umane, le abitudini umane, le gesta umane, comincia a comprendersi, a conoscersi, a decodificarsi e rimane stregato da se stesso, esalta virtù,  crea divinità.
La divinità è un simbolo, astrazione di una virtù resa universale ed indiscutibile, plasmata per legittimare usi e costumi, renderli eterni ed esemplari. 

Scusate la solita poca chiarezza di certi ragionamenti! ^^

lunedì 27 giugno 2011

La '(s)mania' del recensire

Ho realizzato, proprio in questo momento, come a volte sia superfluo il recensire.
E mi riferisco a tutto ciò che può essere 'recensito' nel senso di analizzato, sviscerato, con lo scopo di essere 'spiegato'.
Recensire un film o un libro o un'opera d'arte, nel senso dell'analisi di quest'ultima, non sempre significa averla compresa, anzi, tendo a pensare che più l'opinione espressa in merito si fa complessa, particolareggiata, tecnica, più ci si allontana dal reale senso dell'oggetto preso in esame.
Giri di parole attorno a concetti che, come le idee che li hanno ispirati, possono essere riassunti in brevi sensazioni, soggettive per altro, ma che mantengono quella pura fugacità di un pensiero afferrato, catturato e poi espresso così, semplicemente.
Con questo non voglio sminuire l'attività di analisi dettagliata, che è comunque importante se si vuole dare un'immagine completa e a 360° del soggetto di cui si tratta, credo, però, che sia  spesso fuorviante per le reali o più immediate intenzioni espresse. Come se di un libro, una poesia, un racconto ci si soffermasse eccessivamente sulla forma soffocando le sensazioni che ci hanno lasciato, quelle che comunicano in modo più diretto con il proprio intimo sentire.

Alexis[A.H.V.]

giovedì 23 giugno 2011

Ipotesi di realtà

La realtà è molto più brutale di come la pensiamo.
Non di certo per causa di una qualche efferatezza effettiva degli eventi, però. 
Paradossalmente è il nostro continuo vestirla con abiti che non le appartengono a rendercela sempre più lontana ed incomprensibile, estranea, se riuscissimo, invece, a riscoprirla nella sua 'nuda verità', probabilmente riusciremmo ad affrontare meglio il succedere degli eventi.
È un continuo tentare di abbellire gli aspetti che ci appaiono come più duri, di addolcirli al fine di sopportarli meglio, questo è profondamente umano e profondamente connesso non tanto alla paura che si prova di fronte a tali eventi, quanto più alla coscienza della paura che potremmo provare. Gran parte delle iniziative umane (culturali, sociali, storiche, spirituali che siano) nascono proprio da questa coscienza, da questo rendersi conto delle possibili sfaccettature di ciò che appartiene alla sfera delle azioni, a quella emotiva, a quella causale e casuale degli eventi, è una volontà di pararsi e di schermarsi da possibili effetti negativi, o almeno potrebbe esserlo.
Il rapporto con l'aspetto più naturale della vita è stato parzialmente perso, per questo nutriamo una serie infinita di timori che si ricollegano tutti alla sfera primordiale, primitiva e più ferina dell'esistenza.
Allontaniamo l'animale 'feroce' da noi, così come scacciamo il buio con una fiamma.

Alexis[A.H.V.]

mercoledì 22 giugno 2011

Ieri, parlando, pensavo...

Esiste una realtà oggettiva che è quella costituita dal fatto accaduto e dallo svolgimento effettivo, almeno in apparenza, degli eventi, ma questa 'realtà di fatto' può essere regolata da meccanismi interiori (cerebrali, emozionali, emotivi) che celano frammenti di realtà alla realtà stessa, ovvero le motivazioni intrinseche dell'azione.
Esse sono capaci di modificare non tanto un dato di realtà, quanto il senso più profondo di questa realtà, conferendole valore e convalidandone le sfumature.

Alexis[A.H.V.]

venerdì 17 giugno 2011

Bozza #3 - Sull'Architettura

L'Architettura è un organismo mobile e vivo più di quanto si possa considerare.
Al suo interno vibrano, ululano le forze fisiche, le trazioni e le resistenze fra i vari elementi che ne costituiscono lo scheletro al fine di creare un unico, grandioso, complesso organico.

Zaha Hadid Project for Performing Arts Centre in Abu Dhabi 

Adesso, a prescindere da ciò che si può studiare a riguardo, sono arrivata alle conclusioni sovracitate per mezzo della percezione, ricezione ed apertura al mondo della sperimentazione architettonica. 
Già, mi sembrava impossibile che questo potesse accadere... eppure è accaduto! Ed è accaduto naturalmente e per caso, mentre scoprivo, grazie ad un inutile test di Facebook, le opere di Zaha Hadid; da lì fu amore!
Complice, al momento, anche lo studio dell'Arte contemporanea, delle innovazioni di Le Corbusier e delle stupende ideazioni di Frank Lloyd Wright.
L'Architettura adesso mi appare non soltanto come l'idea e l'apparenza di un edificio, ma credo rappresenti qualcosa di socialmente più pregno; innanzitutto è il volto che la società da al luogo in cui si stabilisce e vive, è la sintesi estetica di alcuni degli ideali fondamentali di un dato tempo e di una data sensibilità storica e culturale, è e deve essere decorativa e funzionale al contempo, soprattutto nel caso dell'architettura monumentale, mentre l'architettura sociale, sebbene anch'essa subisca un po' gli effetti dei parametri estetici in voga in un dato periodo storico, è però più semplificata nelle forme e superficiale nelle scelte, per un'ovvia questione di "produzione in serie e/o di massa" che non permette di focalizzarsi adeguatamente sulle qualità estetiche e decorativo-ornamentali (o meglio: si perderebbero troppo tempo e troppo denaro se se ne tenesse eccessivamente conto!). Questo, però, non incrina il fascino di un qualcosa che creiamo e che ci avvolge e coinvolge ancor più dell'Arte in senso figurativo... con l'architettura "dobbiamo averci a che fare", anche se si trattasse di una capanna delle più semplici: sempre di una costruzione si tratta, sempre di un'esigenza umana estrinsecata in uno scheletro funzionale che costituisce una forma rudimentale, primordiale e pur sempre viva di architettura! :)

Alexis[A.H.V.]
©Immagine dal web.

mercoledì 15 giugno 2011

Considerazioni un po' troppo sparse

Da una citazione letta stamattina:
«La nostra realtà nasconde una seconda realtà [una realtà meravigliosa], che non è né misteriosa né teologica, ma anzi profondamente umana. Essa, a causa di una lunga serie di equivoci, resta purtroppo nascosta sotto una realtà prefabbricata da molti secoli di cultura, una cultura che può vantare molte grandi scoperte ma anche profonde aberrazioni, profonde distorsioni.» - Julio Cortázar
In linea di massima, questo è anche il pensiero che vado via via concretizzando e che mi porta, come già accennato, a riscoprire una dimensione la cui magia risiede nella consapevolezza dell'esistenza di una realtà umana talmente forte e talmente pregna, da non avere necessità di essere sublimata attraverso l'ausilio di entità esterne. Questa dimensione umana è, ovviamente, connotata da meraviglioso e terribile al contempo, dalle immagini che abitano la mente che possono essere di estasi divina o fantasmagorica, ma che risplendono in quanto prodotti dell'inconscio miscelato all'intelletto e al suo intrinseco bisogno di dare corpo agli impulsi e stimoli che il corpo riceve attraverso i sensi.

C.M. Mariani, La mano obbedisce all'intelletto, 1983

L'uomo è un essere entro il quale coesistono talmente tante componenti che è difficile non solo cercare di comprenderlo a fondo (e comprendersi di conseguenza), ma è anche difficile tentare di spiegare e creare un rapporto lineare con questa creatura e quindi con se stessi.
L'uomo che parla dell'uomo... il metauomo! :D
Chissà quanto spesso ci si accorge, parlando dell'umanità, di farne realmente parte, quasi come se ci si distaccasse dal proprio contesto e dalla propria natura per guardare tutto con un occhio che si presume oggettivo, ma che sarà sempre, intimamente correlato alla natura della materia osservata.
Non è come parlare di un prodotto umano o di qualcosa esterno all'umano, come la natura e gli animali, è qualcosa di totalmente diverso: è l'uomo che osserva da esterno il sistema in cui vive e tenta di darne una spiegazione, un profilo che risulterà sempre parziale, poiché già esclude se stesso e non si contempla come eccezione, alternativa a quel sistema... e qui, e per altre vie, lo giuro, torna un pensiero successivo di Cortázar a proposito della sue ricerche letterarie:
«[...] Nel mio caso, il sospetto che [esista] un altro ordine più segreto e meno comunicativo, e la feconda scoperta di Alfred Jarry, per il quale il vero studio della realtà non risiedeva nelle leggi bensì nelle eccezioni a tali leggi, sono stati alcuni dei principii orientativi della mia ricerca personale di una letteratura al margine di qualunque realismo troppo ingenuo.»
... non potrebbe valere questo, in parte, anche per l'uomo?

M.C.Escher, Mani che disegnano, 1948.

Alexis [A.H.V.] - ©Immagini dal web
Citazioni tratte dal testo "Il fantastico" di Remo Ceserani, tutti i diritti riservati.

martedì 14 giugno 2011

Della materia e della sua apparenza

«Rintraccia nel cielo sbiancato il sole d'oro
senza evasioni in una sola metafora.
Guardalo nella sua nudità essenziale
e dì: questo, questo è il centro che cerco.»
W. Stevens, «Note verso la suprema finzione», Arsenale Editrice

È lì, immerso in quel cielo plumbeo e solitario e osserva, sonnecchiando, i profili dei passanti.
Sta lì, ignaro della vita che dona, eppure così forte, possente ed onnipotente nella propria incosciente luminescenza.
Non mi era mai capitato di pensarlo così a lungo, di concretizzarne la reale essenza. Spesso ci si accinge alle cose considerando soltanto quella che è la loro apparenza esterna; si dice di sapere cosa sia un tavolo, una sedia, un sasso, eppure, in realtà, rarissime sono le volte in cui ci si sofferma ad osservare con occhi nuovi questi oggetti del quotidiano, scavandone oltre la forma sensibile.

G. Morandi, Natura morta, 1929

Ed è così che capita di conoscere per la seconda volta, anzi più profondamente, l'essenza del mondo circostante, poichè tutto ci apparirebbe nuovo se svegliassimo gli occhi e l'intelletto per dedicarci a questo tipo di esplorazione della realtà.
Un po' come fanno gli Iperrealisti o i Realisti magici.
Essi scovano nella realtà e nella apparente semplicità della materia quel tanto di altro che sfugge ai più, catapultano sembianze del quotidiano in una dimensione che conosce qualcosa di diverso, di più profondo, eppure sublimemente reale, materico.
Una sorta di alchimia delle forme che non è già magia né illusione: è la pura essenza delle cose che si svelano all'occhio nude e nuove.
La bellezza che risiede in tutto questo, sta nel fatto che le cose stesse sembrano essere inconsapevoli delle vibrazioni che emanano: un frinire di onde, di input ottici percepiti da astanti più o meno distratti.
Se la materia sia sostanza o puro pensiero, ciò non ci è dato ancora di scoprire, ciò che però pare essere concesso, è proprio questo infinito, perturbante e continuo riscoprire il mondo.
Alexis[A.H.V.]
12.06.2011

Da un tema per RossoVenexiano.

venerdì 10 giugno 2011

Domanda!

Può la mia tensione al fantastico essere 'figlia' di una mia necessità artistica e non causa della stessa?

A.Beardsley, Dragon

Sto cominciando a credere di sì, e la cosa non perde affatto di fascino! :)
Come se, tra le tante possibili, questa scelta mi si proponesse come la più affine alla mia sensibilità artistica, quella che meglio riesce ad esprimerla e non necessariamente come una causa, forza motrice dell'atto del creare stesso; in questo ultimo caso sarebbe come se il mio scrivere o disegnare dipendessero solo e soltanto da una particolare scintilla che le metta in moto e senza la quale non produrrebbero più nulla, ma considerando la fascinazione del fantastico come un canale espressivo, rendo la mia 'arte' libera da particolari connotazioni: un dato di fatto, un qualcosa che esiste e si manifesta nelle modalità che ritiene più consone.
Creo, insomma, perché mi viene spontaneo. Generalmente non esistono cause o scopi precisi, esiste la volontà ed il piacere provocato dall'atto in sé; credo, anzi, che cause e scopi esistano nel momento in cui ci si trova in una particolare condizione emotiva che sfrutta il mezzo artistico per esorcizzarsi in qualche modo, ma che, in generale, l'atto creativo è un atto non necessariamente condizionato. 
La grandezza dell'Arte sta, almeno per me, proprio nell'inglobare e nel contemplare, anche all'interno dello stesso individuo, entrambe le componenti: quella più marcatamente emotiva e motivata e quella più 'pura' nel senso di scevra da motivazioni e cause.
Alexis[A.H.V.]
©Immagine dal web

domenica 5 giugno 2011

In bozza #1

Non credo si possa parlare di contraddizione quando ci si trova di fronte all'evoluzione di un pensiero.
Un pensiero che osserva uno sviluppo che porta a dei mutamenti rispetto alle posizioni di partenza, non può dirsi contraddittorio perché al mutamento si giunge attraverso una serie di tappe 'ragionate' e più o meno sofferte.
La contraddizione consiste, secondo me, più nell'incoscienza, nella faciloneria o nel fittizio e costruito interesse con i quali ci si approccia a tesi poi negate dalle azioni o da affermazioni istintive e naturali. 

sabato 4 giugno 2011

Maestro, Margherita, Woland e dintorni.

II Maestro e Margherita è uno di quei testi che strega, abbaglia tanto sono forti e luminose le immagini di cui è composto.
È un viaggio nella società, nella polemica alla stessa, così almeno scrivono e così è sicuramente, ma è anche altro: è magia, è sogno, è meraviglia.
È un incanto che si fa libro, un volo notturno in sella ad una scopa da strega che nessuno può avvistare, è un tendone da circo a triangoli gialli e rossi, è un gatto parlante, un illusionista ed un sicario. È una visione sconvolgente di Pilato, un respiro dato a quel Satana dipinto come il Male che in realtà pare solo essere un'osservatore della realtà nei suoi più subdoli e aspri meccanismi, è ironia, profonda e tagliente ironia, ma è anche amore, di quello puro, senza filtri nè pudori.
È un testo che si apre, o meglio, che travolge come un'onda composta di spuma di nuvole.
Un testo che va letto per sognare, ma anche per sapere...
... e comunque per pensare.
Alexis[A.H.V.]
04.05.2011

Mi sento di aggiungere qualche altra parola a questo pensiero espresso estemporaneamente circa un mese fa.
Leggendolo, ripensavo, effettivamente, alla figura di Satana ritratta non soltanto nel romanzo in questione, ma più in generale al ritratto e al ruolo che a questa figura sono stati dati dalla società che l'ha concepita.
Satana è un archetipo, è l'archetipo di tutto ciò che viene considerato, o meglio è stato considerato e definito come 'impuro'; non è una figura reale, né tantomeno un demone che si palesa per tentare e condurre gli individui verso il Male: è semplicemente una parte dell'umano, quella più socialmente scomoda.
Il male, almeno secondo il mio parere, è un prodotto totalmente umano, così come il bene. 
In realtà essi esistono solo perché definiti e concepiti dal comune pensiero umano e sono stati decodificati in base a norme che hanno, via via, caratterizzato il sistema sociale in cui ci muoviamo. Senza norme che sanciscano cosa è bene e cosa no, regnerebbe, probabilmente, una sorta di caos perpetuo, se è possibile immaginarne uno ancora peggiore di quello vigente attualmente.
Sono del parere, comunque, che stabilire regole comportamentali sia essenziale per mantenere una sorta di ordine fra le parti; già nel sistema animale esistono dei ruoli assegnati ai vari componenti della comunità, quindi il nostro sistema sociale è una sorta di reminescenza di quello esistente in natura; il problema, però, sta laddove si entri nell'ambito del privato costringendo gli individui a delle limitazioni sollecitate, peraltro, dalla creazione di timori inconsistenti ed inesistenti. Questo diviene uno strumento di controllo e non più di ordine, quindi assume un carattere subdolo che, personalmente, non sostengo. Ed è questo che, secondo me, costituisce "il vero male sociale".
Perché, quindi, credo che il Satana proposto da Il maestro e Margherita sia una figura importantissima ed assolutamente innovativa dal punto di vista dell'immaginario? Semplicemente perché questo Satana è una lente, il filtro per l'osservazione e la comprensione del reale per come si presenta nella sua oggettività; non è una figura negativa, è un indagatore sociale, l'indagatore per eccellenza, quello a cui è stato affibbiato il marcio e che di marcio non ha esattamente nulla.
Anzi, è una figura smascheratrice delle ipocrisie sociali, dei sistemi fittizi, dei rapporti inconsistenti che gli esseri umani spesso stabiliscono al fine di giungere ad una qualche forma di profitto e, nella vicenda specifica, proprio quest'essere considerato abbietto, si fa sostenitore della purezza di un sentimento.
È una grandissima rivoluzione per quel che concerne l'idea che 'ci hanno fatto fare' del male, perché è una conferma di come esso, come forza propulsiva, risieda nelle trame psichiche di ogni individuo che si estendono a valore sociale, non è un qualcosa di esterno, un qualcosa che spinge e costringe all'atto impuro, è una pulsione interiore nata da una privazione, da un reticolo di limitazioni, di soggezioni, di idee che si contraddicono continuamente.

È un discorso un po' complesso che non credo nemmeno di avere espresso nel modo più chiaro (anzi, credo sia piuttosto incompleto come post :P), anche perché, sinceramente, è una di quelle questioni sulle quali rimugino di continuo senza un reale risultato probabilmente!

©Immagini dal web

P.S.: le immagini che ho proposto ritraggono Behemoth, quindi possono risultare fuorvianti ai fini del post, ma adorando questo personaggio non ho potuto fare a meno di inserirle! ù_ù

venerdì 3 giugno 2011

Alla ricerca dello Stile!

Non so, esattamente, quale aspetto dare al mio blog in questo determinato periodo.
Ho voglia di parlare d'Arte, ma desidero farlo con le parole giuste, senza la minima traccia di presunzione nei toni utilizzati, senza boria, senza eccessivi tecnicismi; però, quando parlo d'Arte, quando scrivo di Arte, mi sembra di essere catapultata in una dimensione tutta mia, parallela a quella reale. 
C'è qualcosa che respiro che è senza tempo, una forma di euforia  e di vivacità mentale che si riattiva ed accende ogni qualvolta mi avvicino a determinati argomenti... un entusiasmo, in breve!
Mi si è posto il problema della forma con la quale mi esprimo, perché essa è il mezzo virtuale più diretto che posseggo per comunicare le mie idee, le suggestioni e le impressioni, quindi è importante che io la curi e la renda il più possibile attinente a quella che è la mia persona.
Spesso capita di "sdoppiarsi" mentre si scrive, un io scrivente si trasforma in un io narrante e, sebbene essi siano parti di uno stesso individuo, fra questi esiste una profonda differenza, intenzionale nella narrativa, inconscia nella scrittura 'for fun' o nella saggistica, nella scrittura personale e più legata al pensiero individuale, insomma. Questa differenza, talvolta anche discordanza, si attua tramite lo stile di scrittura, una scelta, una cernita di termini, un'intenzione, una propensione ad esprimersi in un modo piuttosto che in un altro. E spesso è lo stile stesso a pregiudicare il contenuto, o meglio l'interpretazione del contenuto, da parte del possibile lettore; questo lo sto imparando confrontandomi con terzi (con i quali interagisco nella realtà), rispetto all'aspetto dei miei post e sinceramente credo di dover porre la dovuta attenzione alla questione, perché mi interessa che da essi traspaia la mia intenzione comunicativa reale, piuttosto che una filtrata e storpiata involontariamente dalla mia stessa attività di scrittura!
Sono in rodaggio, insomma, alla ricerca di una formula comunicativa congeniale sia alle mie esigenze comunicative che, come già detto, al mio particolare modo di essere. :)

venerdì 22 aprile 2011

Gorin no Sho

In realtà, al momento, ho un groviglio di pensieri che mi si agitano nella testa.
Ma sono ancora parecchio confusi e viaggiano fra tesi e antitesi, senza però giungere ad una sintesi!
Intanto procede la lettura del Libro dei Cinque Anelli di Musashi Miyamoto, e posso solo dire che questo testo va oltre il suo contenuto: sto provando la sensazione che già mi era stata preannunciata, senza però essere stata condizionata da questa.
Miyamoto prende in esame le tecniche di combattimento della Scuola delle due Spade,  da egli stesso fondata, incentrando il proprio insegnamento sulla concentrazione e la fermezza, ma anche sulla fluidità e la capacità di mutare naturalmente, adattandola, la propria posizione di combattimento in base alle condizioni richieste dallo scontro in atto.
Beh, io credo che questo sia un precetto fondamentale da intendersi sotto il profilo più esteso di una filosofia di vita, piuttosto che in esclusiva relazione con la via dell'Hejō [arte del samurai], poiché, almeno in base a ciò cui sono giunta negli ultimi anni, credo sia indispensabile evitare di farsi trovare rigidi di fronte ai più disparati accadimenti che compongono il percorso di un individuo.
Miyamoto Musashi
Essere flessibili, giunchi che non dimenticano di essere giunchi se piegati un po' al vento o fluida e malleabile acqua, le cui molecole rimangono intatte nonostante le numerose forme e stadi che essa può assumere.
Una volontà forte che non corrisponde ad una rigidità d'atteggiamento e ad un animo granitico, bensì che può mostrarsi in libertà sotto l'aspetto cangiante di un camaleonte e che mai sarà considerata come fittizia o falsificata; il camaleonte rimane camaleonte, a prescindere dal colore che vestirà la sua pelle. 
È l'identità il perno, non la forma!
L'identità nella sua multiforme ma immutabile essenza! :)
Io scrivo con entusiasmo queste righe, perché, ogni volta che mi trovo davanti al pensiero orientale, lo riscopro sempre più vicino al mio sentire, ma seguendo un percorso del tutto naturale.
Credetemi, non esiste presunzione nelle mie parole o perentorietà, non intendo insegnare nulla a nessuno, ma solo trasmettere un qualcosa che sfavilla dentro il mio animo. 
Questa è un'altra delle grandi lezioni che sto ancora cercando di imparare: la modestia dell'espressione.


lunedì 18 aprile 2011

Quiete

È difficile sperimentare la quiete dopo aver attraversato una tempesta.
Le emozioni hanno entità e conformazione differente, agiscono in maniera diversa sull'animo e sull'individuo, ma è come se, silenziosamente, andassero a formare un substrato resistente e solido, delle fondamenta sulle quali,  con calma, verrà eretto qualcosa di ancora ignoto e sconosciuto.
Chissà dove mi condurrà questo sentiero... sono curiosa, ma, sembrerà strano, non ho nessuna fretta. :)

venerdì 15 aprile 2011

On the road!

Sento lo spirito vivo, come non mi accadeva da anni!
E sapete da cosa lo deduco? Da come disegno, da come ricerco, provo, mi incuriosisco!
Forse sto ritrovando veramente la 'strada maestra'... e la cosa mi riempie di gioia! *_*


mercoledì 13 aprile 2011

Dell'altro che abita dentro.

Certe volte si scrive, altre si dimentica di farlo, ma ciò che non si arresta è l'attività del pensiero.
Se solo provassimo a farlo, ci accorgeremmo di come questa sensazione, l'assenza di pensiero, in realtà sia solo una mera illusione.
Ad un pensiero ne sopraggiunge un altro di consistenza uguale e contraria, al "pensare" sostituiamo l'ordine del "non pensare" e nel pensare al non pensare pensiamo ugualmente.
Tutto ciò mi fa supporre che la maggior parte delle attività meditative partano e si sviluppino totalmente dalla mente [e qui qualcuno di mia stretta conoscenza potrebbe rimproverarmi di avere nuovamente scoperto qualcosa che era stato già intuito precedentemente! :P] e che nella mente si concretizzino fino a divenire altro, percepito in forma estranea ed esterna.
La cosa non mi spaventa, anzi mi affascina parecchio il pensare che la mente umana possieda una potenza così elevata e, comunque, questo auto-condizionamento non esclude affatto che, attraverso di esso, si possa realmente accedere a mondi interiori ed immagini interiori decodificate tramite simboli a noi più o meno noti.
Ciò che pensiamo sia al di fuori, torna nuovamente all'interno; ciò che abbiamo relegato ad una dimensione esterna, ci apparterrebbe nuovamente accrescendo, al nostro occhio, la dignità dell'essere vivente, umano nello specifico; per parlare del mondo animale si dovrebbe riuscire a comunicare effettivamente con quest'ultimo.
È interessante, fra l'altro, notare come una tendenza umana sia quella di spostarsi lontano per conoscere, continuando ad ignorare ciò che si ha sotto il naso.
L'uomo ha esplorato mondi, scoperto continenti e nuove specie, ha sondato e sta ancora sondando le potenzialità della conoscenza scientifica, ma ignora ancora il significato esatto di un "miao".
Le sue intenzioni sono intuibili attraverso l'osservazione, ma per quanto vicina, la mente di un animale a noi rimane pressoché ignota.
Interpretiamo i gesti, le espressioni secondo un codice umano, come è normale che sia, ma sfugge ancora la comprensione reale e concreta del linguaggio animale.
Alexis, Occhio di tigre, schizzo, 2007.
E continuiamo ad osservarli, a studiarli, a lasciarci affascinare da essi, continuiamo a condividere con loro le nostre case, i nostri spazi, le nostre emozioni certi che il linguaggio dei gesti, degli occhi, sia e rimanga universale.
Io sono una sostenitrice di questo pensiero e non credo smetterò facilmente di scrutare uno sguardo fidandomi solo delle sensazioni che mi vengono trasmesse dagli occhi, sento una profonda ed intima connessione con questo mondo che mi viene confermata dal contatto; credo nello straordinario e vesto le esperienze di sostanze magiche.
Forse sto soltanto tentando di colorare il mio mondo, ma queste luci che vedo e creo, aprono a me spiragli verso quell'altro che, probabilmente, mi abita dentro.


Alexis[A.H.V.] 
13.04.2011

mercoledì 6 aprile 2011

Approaches

Sinceramente non comprendo il motivo per cui, taluni, credono di aver acquisito un'aura divina per il solo fatto di avere compiuto determinate scelte.
Non parlo di individui a caso, né di scelte generiche e casuali, bensì parlo di coloro che [ovviamente non tutti] si approcciano alle più disparate pratiche new age, yoga, vegetarianesimo, vegan e giù di lì.
Premettendo che questa mia critica non va alla scelta in sé, rispettabilissima se supportata da una buona dose di consapevolezza e modestia, e che io stessa ho praticato yoga, continuerò a farlo e continuo a meditare su scelte come il vegetarianesimo e sugli intrinsechi motivi e problematiche legate a questa particolare concezione che non è solo legata all'alimentazione, vorrei specificare che, con questo post, intendo solo esprimere una perplessità nei confronti dei soliti millantatori, sempre presenti in ogniddove, che paiono immersi in uno stato di santità ad honorem.
Ho avuto modo di osservare da vicino gli atteggiamenti che critico e, da subito, mi hanno fatta storcere il naso.
Credo essenzialmente che accostarsi a filosofie di questo tipo preveda un'ingente dose di umiltà e modestia, soprattutto per ciò che concerne lo yoga[la via che più conosco e sulla quale posso discorrere meglio], non tanto per un'aderenza cieca alla dottrina, quanto più per la riflessione che in essa e con essa matura.
La yoga è una via spirituale che educa gli animi alla comprensione, alla quiete, al rispetto del proprio Io e di quello altrui e del sistema in cui viviamo e siamo immersi, è una via che mira all'armonia e all'equilibrio.
Per me, ad esempio, è sempre stato [e lo è ancora] molto difficile misurarmi con la mia umanità e con la carica istintuale che essa comprende, ho sempre saputo di non essere effettivamente capace di avere pieno controllo della mia indole, quindi, il mio approccio allo yoga ha portato con sé una riflessione sull'effettiva possibilità, da parte mia, di superare la mia umanità per estendere ed espandere la mente, aprirla alle infinite possibilità delle cose e considerarle tutte, superare le ire che il quotidiano trae a sé e, prima di tutto, cercare di comprendere me stessa amandomi, che poi è uno dei precetti primi dello yoga. 
Trovare armonia ed equilibrio con se stessi, fra anima e corpo, considerarli un'unica cosa, non è semplice, non è semplice accettarsi, non è semplice evitare di cadere, imparare ad accettare di essere caduti e porgersi la propria mano per rialzarsi, non è semplice accogliere totalmente la propria umanità per superarla e renderla qualcosa di più, o meglio, renderla umanità nel senso più vero del termine... anche se poi, riflettendoci: quale è il vero senso dell'umano? Cosa definiamo come tale?
Sono talmente tanti i quesiti legati non solo a scelte del genere, ma già alla natura stessa degli esseri umani e non, che questo suscita in me un senso di piccolezza.
Spesso io stessa ho compiuto scelte approssimative paventando ragionamenti altrettanto limitati che sono stati distrutti in pochi secondi, e da quella distruzione è nata una fragilità fondamentale, una fragilità che necessitava di essere portata a galla, una fragilità che adesso non mi permette di asserire e sentenziare con sicurezza, ma che apre le porte al dubbio e alla possibilità di soluzioni diverse. Da questo sto intravedendo una luce.
Per questo, ora più di prima, non comprendo chi sembra essere vestito di una sicurezza permanente, per questo mi piacerebbe che esistesse una riflessione più profonda su certe questioni... ma ancora una volta sbaglio, ancora una volta giudico istintivamente, ancora una volta non domo la lingua con il pensiero.
Beh, ho tanto da imparare anche io da quello che ho scritto, a quanto pare! :)

lunedì 4 aprile 2011

Frammenti #4

Miro ad una mente che sappia essere libera, spogliata di qualsiasi preconcetto.
Ad una sincera ed umile consapevolezza che divenga condivisione, non presunzione.
La difficoltà sta proprio qui:
nell'essere coscienti senza ergersi spocchiosamente a profeti.

mercoledì 30 marzo 2011

Alle radici.

Non c'è niente che io conosca talmente in profondità, da poterne disquisire a mio piacimento.
Avverto come vuote certe speculazioni teoriche rifatte su misura di nozioni e norme generali e generiche, al contempo, però, riconosco che ciò che l'umana ragione ha prodotto si riflette inesorabilmente in esse.
Antelope Canyon, Arizona
Dal web © Tutti i diritti riservati all'autore
Come fare, quindi, a districarsi fra la libera associazione di idee e ciò che, di quell'idea, è stato già detto da altri e dotti? Il pensiero deve essere forse vincolato dalla previa analisi dell'altrui ingegno? Ma questo stesso, non era prima nato libero e poi divenuto schiavo di congetture ed impossibilità espressive?
Perché doversi avvalere di coordinate cognitive e non fidarsi di un afflato di intuito?
Spesso vivo i passaggi eccessivamente colti come delle forzature, delle storpiature rispetto alla natura primigenia delle idee e dei pensieri, delle ispirazioni; spesso mi sento in gabbia di fronte a quei dialoghi pieni di mirabile conoscenza, ma aridi di contenuti. Spesso preferisco il silenzio o l'osservazione ingenua di un bimbo, il racconto vivo di un saggio, un anziano o un ragazzo ad una trafila di logici se e ma, una consequenzialità utile da conoscere e per comprendere, ma che mai deve divenire totalizzante.
Credo anche di schierarmi troppo a favore delle potenzialità intrinseche dell'individuo, che prima aborrivo, ma questo è, forse, un semplice richiamo alla naturalezza, alla gioia ingenua dell'intuizione.
Una bambina che scalpita di fronte alle barriere postele dagli adulti.

A.H.V. - Alexis
30.03.2011