«Open skies are fallen, tears are coming down... like a drop of rain falls to the ocean and comes back around.»
Non sarò originale, lo so, ma non mi importa.
Adoro la pioggia e l'atmosfera che crea, lo trovo un momento di ristoro, di riparo... paradossalmente mi rinvia ad immagini ed azioni che le si contrappongono, al caldo di una luce fioca, che non disturbi il grigiore del cielo, al calore di un abbraccio, di una coperta. È un attimo di intimità, o almeno così la vivo.
A.H.V., Un giorno di pioggia, digital painting, 2011
E apro i miei occhi sul mondo, solcato da pioggia all'orizzonte.
Cerco un sogno, inseguo un pensiero, ma esso è lampo, un bagliore che muore.
Nulla è ciò che mi aspetto dal domani, un nulla che però contiene ogni cosa sia capace di accadere.
Mi trovo ad un punto di svolta, lo sento, e sento che l'onda di tutto ciò che quest'anno ha portato sta pian piano preparandosi al risucchio prima dell'impeto ed impatto finali.
La spiritualità, per come la intendevo fino a qualche mese fa, mi appartiene ancora in qualche modo o sto per abbandonarla? Che volto prenderà? A cosa altro potrò approdare? Ho sempre paura dell'instabilità di idee, tesi e teorie, dei pensieri che per loro natura possono essere puri solo se fugaci, ma più che paura si tratta, forse, di prendere coscienza della lunghezza del sentiero che si è imboccato.
Mi sembra di aver percorso chilometri, eppure volgo lo sguardo indietro, scruto ciò che mi era familiare e con ansia, sottile trepidazione, mi appresto a guardare avanti, a proseguire non so neanche per dove.
Troppa 'negative attitude' in questi ultimi giorni.
Mi sento ferma, immobilizzata, ma al contempo non ho stimoli per voler fare qualcosa di diverso, come se questa temperatura mi paralizzasse, ma non è una questione fisica, è una questione di pigrizia mentale.
Questa estate è come se non la stessi percependo neanche, come se mi passasse sotto senza lasciare la minima traccia, non che io sia una che aspetta l'estate per fare chissà cosa di diverso o di divertente, da questo punto di vista vivo molto di più (e soprattutto meglio) le stagioni fredde, però boh... è un periodo un po' sottotono, mi sento pesante e appesantita, ma credo sia la naturale conseguenza di un periodo che, invece, ha conosciuto diverse novità e attività.
Lavorare al libro, lo studio, la pittura sono state attività che mi hanno mentalmente e fisicamente impegnata e adesso sento come se si stesse scaricando tutta la stanchezza accumulata, quindi mi devo concedere un attimo di calma senza necessariamente pretendere da me stessa di essere al 100% quando so di non potere esserlo.
Il problema, in molti dei miei sbalzi di umore, è questo rapporto ambiguo e spesso contrastante con i miei stati d'animo, come se non accettassi le cadute, non le prendessi come occasioni per sperimentare altri tipi di sensazioni e le considerassi negative in toto, ma nel frattempo, pur non essendo soddisfatta, continuo a sguazzare senza pensare che, forse, sarebbe meglio darsi una pulita e ricominciare a mettersi in moto.
Però attraverso l'espressione e la condivisione di questi stadi che attraverso, sento un po' come se riuscissi a depurarmi, liberarmi dalla loro pesantezza che è di consistenza mentale, come appunto detto sopra.
È pazzesco, quando si arriva a parlare di qualcosa... questa è già praticamente conclusa, o comunque abbastanza masticata da poter essere compresa meglio ed esposta.
Le idee non si rendono mai chiare finché si è immersi in un dato contesto reale o emotivo che sia e quello stato di apatia mentale che provo quando mi capita di affondare in un qualche tipo di pensiero paralizzante, in realtà non è altro che espressione dello stato stesso, della confusione che provoca, della poca chiarezza e della parallela concatenazione di pensieri futili che mi si crea in testa.
Ad esempio, stamattina ho dato segni evidenti di ripresa, l'ho notato da subito perché ho variato di parecchio ed istintivamente certe consuetudini mattutine che, volente o nolente, creano una routine di gesti che ingabbia (sì, sono memore di parole che mesi addietro mi furono dette :P) e questo ha dato vita ad altre cose e ne darà ad altre probabilmente, chi lo sa! :)
Bene, ho cominciato con una negative attitude che sta cambiando colore, motivo in più per essere soddisfatta della decisione di scriverne su... momento finale che coincide con un crescendo musicale di un pezzo degli Isis! :°D
Quindi su queste note (note solo a me!), vi lascio!
Questa canzone, per tanto tempo, ha rappresentato un mio particolare stato interiore.
Continua ad essere una fondamentale parte di me, ma per fortuna il vuoto sembra essere passato, quel senso di spossatezza, di passività nei confronti dei giorni che trascorrono, causa di un peso troppo grande che gravava sulla coscienza, ma che ho avuto il coraggio di affrontare.
Pensavo in questi giorni di essere assolutamente grata agli eventi che mi hanno accompagnata negli ultimi due anni (così come lo sono, anche se ancora a fatica, a quelli degli anni precedenti) e soddisfatta di come sono riuscita ad affrontarli, a masticarli, digerirli e interiorizzarli.
Spesse volte, sono queste piccole ma fondamentali prese di coscienza che costituiscono le più grandi vittorie personali; nutro un nuovo entusiasmo per le cose, entusiasmo che a volte viene stemperato un po' dall'immanenza degli impegni e delle responsabilità, ma che comunque si dimostra sempre foriero di creatività, di nuove ispirazioni.
Io non voglio fermarmi per nessun motivo, ciò non vuol dire non contemplare i momenti di stasi, bensì protendere verso un incastro continuo di tasselli, senza però porre alcune immagine di riferimento; creare un continuo andare.
One more step and I could fall away
If it happen wouldn't matter
And I can't tell if I should go or stay
Same old picture feel so hollow
How can anybody know what's best for me?
Another paintjob turned in shape
And my decisions brought me to my knees
I needed someone to blame
I feel so hollow
I feel so hollow
Time to do what's best for me I believe I can change
Once upon a time in broken dreams
Reflection's that I can't face
So hold your breath and make a wish for me
Take me to a better place
Time always seems to be passing by
It never waits for me
If I could do it all one more time
I wouldn't change a thing
I feel so hollow (feel so hollow)
I feel so hollow (feel so hollow)
I feel so hollow (feel so hollow)
I feel so hollow (feel so hollow)
Time to do what's best for me I believe I can change
Eccomi di ritorno da uno degli eventi più in vista del panorama musicale 'metal' degli ultimi mesi!
Che dire a riguardo se non che sono state confermate le sensazioni provate già l'anno scorso alla visione del concerto in diretta (che poi diretta non era!) nelle sale cinematografiche? Questo soltanto e nulla più![cit.]
Molto velocemente: una delusione, una preannunciata rivelazione, una conferma e un 'piaciucchimento'!
E chi corrisponde a questa scaletta?
1) Metallica
2) Anthrax
3) Slayer
4) Megadeth
Eh sì, i Metallica sono stati la delusione di turno!
Uno dei gruppi dal quale mi aspettavo di più ha, invece, rivelato non soltanto grossolane pecche sparse qui e lì (Kirk Hammet ha dato largo sfoggio di ciò, purtroppo!), ma non sono nemmeno riuscita a provare un qualche tipo di sensazione ascoltandoli: né entusiasmo alla loro apparizione sul palco, né emozioni particolari che andassero oltre l'impatto dei pezzi iniziali.
Purtroppo sembrava di trovarsi di fronte ad uno show messo in piedi ad hoc che non mostrasse null'altro che un fine d'intrattenimento piuttosto che un'esibizione di musicisti accorati e appassionati, cosa che ho visto e 'sentito' con gli Anthrax, invece!
Dei geni! Una vitalità assoluta, spassosissimi nel rapporto con il pubblico e nell'espressione musicale dei brani!
Gli Slayer hanno confermato la violenza sonora di cui sono capaci e la schiettezza di musicisti che arrivano lì per devastare senza battere ciglio, mentre i Megadeth (che conoscevo già poco) non hanno lasciato un grandissimo segno nella veduta generale della giornata.
Insomma, è stato un evento che ha avuto i suoi pro e contro sui quali non voglio soffermarmi più di tanto, sono queste le impressioni genuine che ho avuto e che intendo trasmettere, mentre su Milano vorrei spendere qualche parola in più!
Sarà forse merito della persona con cui l'ho visitata (:P), o della 'movida' estiva di turisti e non, eppure stavolta m'è piaciuta.
Non mi è sembrata fredda e sterile, ma piena di tante persone diverse, volti e facce che creavano un mare umano variopinto e multiforme. L'ho osservata tanto, spesso anche in silenzio per cercare di catturare un po' il suo spirito e, da come la ricordavo, stavolta l'ho trovata sorridente. :))
Di questo viaggio, al momento, conservo nel cuore un sorriso, un grande sorriso aperto e caldo e tanto, tanto rassicurante... e tanti riff! Come questo, ad esempio:
È difficile sperimentare la quiete dopo aver attraversato una tempesta.
Le emozioni hanno entità e conformazione differente, agiscono in maniera diversa sull'animo e sull'individuo, ma è come se, silenziosamente, andassero a formare un substrato resistente e solido, delle fondamenta sulle quali, con calma, verrà eretto qualcosa di ancora ignoto e sconosciuto.
Chissà dove mi condurrà questo sentiero... sono curiosa, ma, sembrerà strano, non ho nessuna fretta. :)
Brano tratto dall'album che più preferisco di questa straordinaria band.
Sono emozioni vive e pure, almeno per me.
Ve le reco in dono, fatene ciò che volete, a patto che ne abbiate cura.
E dall'ultima visione sono rimasta totalmente incantata!
Sarà per via del mio animo bambino, sarà per via dei colori, della semplicità del tratto e della genuinità dei personaggi che si muovono all'interno della storia, ma Ponyo sulla scogliera mi ha lasciato il cuore caldo e colmo di tenerezza.
Porco Rosso mi aveva fatto un effetto simile, anche se si trattava di una magia più 'adulta, più complessa, complice l'atmosfera e l'aura misteriosa che aleggiano intorno al personaggio principale; era qualcosa di più nostalgico, trasognato, al contempo disilluso, mentre in Ponyo vive tutta la vivacità della sensibilità fantastica dei bambini, tutta la loro inventiva e capacità di dispiegare mondi che Miyazaki sembra aprire anche agli adulti.
La Principessa Mononoke colpisce per la sua solennità, la fierezza ferina di ogni singolo protagonista, l'aspetto selvaggio che si congiunge a forme di umanità autentiche, primitive, sincere e nobili, mentre Il Castello Errante di Howl gioca sui sentimenti, sulle 'stramberie' e particolarità dei personaggi che si incastrano perfettamente creando un puzzle varipinto e completo di qualsiasi sfumatura.
Ma una delle cose che mi ha più colpita, in Miyazaki, è che non v'è traccia di odio.
Vi possono essere delle ostilità più o meno accentuate, ma si tende sempre allo scioglimento di queste al fine di una ritrovata armonia. E delle donne di Miyazaki che dire? E delle vecchine pure come bambini? Degli animali con anima e coscienza? Dei simpatici Kodama che abitano la foresta?
Miyazaki è un mondo, un mondo che vive in un uomo e che, attraverso di esso, si propaga all'esterno per regalare a tutti noi piccole epifanie.
#1
Devo imparare a controllare la mia emotività, per evitare di fare di una goccia una tempesta.
Non abolirla, bensì semplicemente cercare di non farle prendere il sopravvento su soluzioni più logiche e verosimili.
Questo mi capita perché, molto spesso, provo paura, paura che accadano cose fuori dal mio 'controllo' o dalle mie aspettative, alle quali non posso materialmente contrastare; cose che possano ferirmi, insomma.
Agisco sulla difensiva-offensiva prima per via di pensiero, poi, se necessario, per via di azioni; in qualche caso ciò mi aiuta a prevenire e parare colpi, in altri a creare inutili malesseri e "paranoie" nel vero senso del termine.
Il bello è che tutto questo lo conosco abbastanza già da diverso tempo, ma tentare di porvi rimedio è tutta un'altra cosa. Cosa fare? Come agire? Razionalizzare e ridurre a 0, o comunque mantenere basso, il tasso di allarme solitamente posto al 70%.
***
#2
Sento di essere stata arricchita dalla materia appena studiata e affrontata per l'Università [Teoria della Letteratura], una di quelle poche che resta e diviene conoscenza per il futuro, entrando a far parte del bagaglio personale.
Ciò probabilmente dipende dalla mia sfera d'interesse più proiettata verso determinati tipi di conoscenza che prevedono speculazione e chiarimento, deduzione o induzione di processi cognitivi apparentemente ovvi che vengono, in seguito, approfonditi e fatti propri.
Tutto sommato non potevo aspettarmi di meglio; speriamo di riuscire a concludere qualcosa per Aprile e di trovare la marcia giusta per lo sprint che mi aspetta. :)
***
#3
Osservarsi è fondamentale per comprendersi. Pretendere da se stessi, non da terzi, la soluzione alle proprie psicosi. Siamo gli unici a conoscere tutto di noi stessi senza sospettarlo neppure.
Se dovessi approcciarmi in maniera critica al momento che sto vivendo, troverei sicuramente, in mezzo al caos generale, diverse cose su cui riflettere.
Il problema sta, poi, nel mantenere il punto fisso e distrarsi il meno possibile.
Le emozioni giocano, saltano, travolgono, spariscono, mutano, si ripresentano; e per una come me, che vive quasi esclusivamente di queste, gestire il tutto non è affatto semplice.
Se da un lato, infatti, esistono molteplici aspetti positivi e punti di crescita, dall'altro sensazioni come paura, ansia ed incertezza minano la stabilità che si fatica già a costruire; sta a me, insomma, decidere come spendere il tempo e le occasioni che mi vengono concesse. Ma cosa sto facendo, in realtà?
Me lo dico io, cosa sto facendo: mi sto lasciando prendere dal timore; un timore che mi porta al torpore, al continuo nervosismo, alla chiusura e alla totale non-azione. Ma come fare a gestire tutte queste cose insieme, senza lasciarsi sommergere? Come fare ad interiorizzare e digerire qualcosa che, di fatto, non è compiuta e quindi impossibile da imbrigliare? Il problema è proprio questo: la cosa non compiuta. Eureka!
È lei: l'attesa; sempre lei il mio problema, sempre lei il mio boia.
Io sono brava soltanto a prendere atto di cose compiute ed interiorizzarle, ma le questioni in divenire mi uccidono. Divento instabile e muto atteggimento, parere, idea, stato d'animo da un momento all'altro.
Forse, ciò che devo imparare da tutto questo è una fertile pazienza, un valutare gli eventi per gradi trovando la soluzione ad ogni gradino, piuttosto che pretendere un immediato responso per sapere come agire.
Ma vedremo come andrà, non posso esprimermi altrimenti per adesso. :)
... per un giorno travolto da un'emotività instabile.
Ci voleva.
È notte, e già i pensieri s'acquietano.
Si placano dal tumulto affollato del giorno, divenendo però più penetranti e taglienti; segno che la resa della sera non è servita ad arrestarne la corsa.
Difficile trovarvi un ordine, razionalizzarli in nome di una prossima soluzione. V'è solo il sapore amaro dell'incertezza, unica via percorribile.
Talvolta, sembra quasi che il sole dell'anima splenda comunque, al di là d'ogni intemperia, altre persevera nel limbo delle piogge, nascondendo il viso.
Liti con amiche rubano [o diversamente impiegano] un mese e mezzo di vita e perdono, poi, sostanza di fronte a preoccupazioni ben più grandi, le quali richiedono più attenzione, anche nei confronti di me stessa.
Ho disattivato facebook, prossima la cancellazione definitiva.
Mi sono stancata di quel regime di ipocrisie e contatti forzati. Esigo la mia libertà di mina vagante ed esigo, da me medesima, di non stare a perdere tempo su una spersonalizzante piattaforma o forma piatta [per possibilità d'espressione e circolo di pensiero che abbia sostanza e non solo apparenza, s'intende].
Questo contribuirà a riprendere equilibrio fra i miei interessi, quelli veri e sostanziali, di quelli che curano l'anima, un po' spossata e alienata di questi tempi.
Per fortuna, delle congiunture positive stanno agendo da 'controbilanceri', e se devo appellarmi a sfere altre dell'umano/divino, qualcuno pare volermi aiutare. Dall'alto o dal basso [e non parlo der demonio!] ha poca importanza: egli /ella/esso/a ha comunque tutta la mia gratitudine, a prescindere dalla sua ignota natura.
E che posso dire? Speriamo bene e di bene in meglio.
Sono le sole parole che riesca a pronunciare al momento e le uniche che abbiano un minimo di senso, un senso che, più che logico, definirei emotivo. No pronostici, no sentenze, no forzature. Vita, fino in fondo e sempre.
Memento audere semper.
["Ricordati di osare sempre", cit. del buon D'Annunzio]
Ed oserò anche questa volta, facendo attenzione, però, a non tendere troppo la corda dell'arco o il legno potrebbe spezzarsi. Ma ho bisogno di forza e, queste parole, in qualche modo me la danno.
«Fin dall'infanzia ho la viziosa tendenza di considerarmi diverso dai comuni mortali. Questo dura ancora, e continua a riuscirmi.»
Salvador Dalì
Non ho mai nascosto a nessuno la mia spocchia né di come essa si faccia viva e ardente quando mi sento minacciata, o, più semplicemente, non ho mai negato di percepire una sottile diversità che intercorre fra me e le persone comuni [accezione dai limiti totalmente arbitrari e variabili da persona a persona].
Purtroppo, chi ha a che fare con me, deve convivere con questa realtà visionaria che, però, non è mai a senso unico o frutto di pura megalomania [che pure un po' mi affligge! :P].
Ciò che sento vibrare in meè ciò che cerco negli altri e aborro, seppure comunque la comprenda, qualsiasi forma di banalità, divenendo intransigente in primo luogo verso me stessa. Per questo motivo, spesso, tendo a fare delle scelte che valorizzino ciò che sento di possedere e che mi portino all'esplorazione di una realtà non comune a tutti, o che comunque divenga una dimensione strettamente personale.
Sembra facile a dirsi, ma rimanere imbrigliati nelle trame della normalità è facilissimo. È un meccanismo che agisce sottopelle e che, più di una volta da qualche anno, è stato per me motivo di lamentele e di timori per il mio futuro e la mia stessa personalità, che ho avvertito come in pericolo, talvolta anche imbrutita ed instupidita.
Non ero soddisfatta, non lo ero affatto.
Un circolo vizioso d'abitudine e pigrizia mi aveva totalmente assuefatta alle consuetudini, ed internamente ne soffrivo, strepitando a volte anche all'esterno.
Non posso negare di aver avuto bisogno o, più che altro, di avere accoltoalcuni input esterni per dare via al processo, ma non vedo dove stia la negatività in questo, negatività che mi è stata posta e problematizzata recentemente, facendo perno sulla questione del condizionamento esterno. E se mi spiego in tal senso, risulto "giustificare terzi", non esporre mie scelte.
Dico ciò, perché il post di Cecilia mi ha fatta riflettere molto sulle tecniche comunicative che si dovrebbero utilizzare in questi casi, però io ho il vizio ed il difetto di non spiegare le mie scelte in taluni casi, e questo manda gli altri in confusione rispetto a ciò che conoscono di me.
Parto dal presupposto che non mi si capisca e, talvolta, questo presupposto nasce proprio dalla profonda conoscenza del mio interlocutore. Se non mi sento libera di spiegare, poiché temo una determinata reazione, io non mi spiego e pongo la realtà per ciò che è, che la si accetti o meno, dando spiegazioni vaghe e fumose. Questo anche perché non accetto che si mettano limiti alla mia possibilità d'azione. Insomma: sono abbastanza impossibile da gestire quando si tratta di cose che mi riguardano da vicino e da cui può dipendere il mio futuro e la mia condotta personale.
Se sento che qualcosa è giusta per me e l'ho scelta appositamente per sperimentarne il possibile beneficio, non sento ragioni od obiezioni di sorta, l'ho sempre fatto e ciò mi ha portato beghe e grandi soddisfazioni.
Ovviamente sarebbe un atto puramente egoistico se non avesse un riscontro sul mio comportamento con gli altri, ma io credo di essere sempre riuscita a rispettare la soglia ed il limite che si pone fra il mio ruolo di amica/confidente e l'individualità e le scelte dell'altra persona. Credo questo sia fondamentale, soprattutto per evitare di incorrere in turbe di tipo paranoico che logorano i rapporti, poiché fondate su ipotesi reiterate a più mandate che non hanno nulla di concreto.
Ma fa nulla, in fondo è anche per causa mia se non riesco a stabilire rapporti che siano al contempo profondi e liberi. E fintanto che imparerò questa lezione, mi limito ad osservare il mondo con la stessa espressione di Dalì che guarda il pollo sulla propria spalla. "Poffarbacco, che gran delirio!" :D
(*)Titolo rubato a Neffa per un dipinto che esprime qualcosa di più del classico bacio d'amore.
Vi è tenerezza, protezione, purezza. Baciare la fronte, baciare la mente e l'anima, come se dall'incontro fra due esseri siano anche le parti fanciulle a scoprirsi e, conseguentemente, amarsi.
Al momento è questo che sto vivendo. Un qualcosa in evoluzione che ancora non ha ben chiare le proprie intenzione e non vuole addirittura averne probabilmente, vuole semplicemente andare e lasciarsi trasportare da ciò che accadrà, perché, in fondo, il naufragar m'è dolce in questo mare[cit.].
È difficile guarire dalla malattia della delicatezza.
Una volta sperimentata, una volta compresa la realtà della sua esistenza, è assolutamente impossibile dimenticarsene o non desiderarla ancora. Soprattutto per le anime che non l'hanno mai incontrata.
E basta un gesto, un gesto semplice e probabilmente privo di senso effettivo per scatenare il desiderio di una seconda volta.
Quando ci si sente trattati come un fiore che viene accarezzato e non colto, immediatamente nel cuore nasce la consapevolezza di un'ulteriore necessità che diventa vitale ed indispensabile, perché era ciò che si desiderava da un vita, in fondo.
Come si può, adesso, tornare indietro e accontentarsi? Come si può evitare di ricercare qualcosa di meraviglioso di cui si è fatta esperienza ma che pur rimane così rara da trovare?
E per scatenare tutto questo, per giungere al punto di non ritorno, non è bastato che un cenno mosso da una natura intrinseca, disinteressata, a suo modo splendidamente pura.
E questo 2010 io l'inizio all'insegna dei ricordi, ricordi legati alla mia adolescenza, agli anni precedenti alla mia prima esperienza amorosa conclusasi proprio alla fine del terzo trimestre dell'anno passato, ai ricordi della libertà e dei sogni. Non nascondo di avere un nodo alla gola, una lacrima sul viso ed un vuoto nello stomaco ripensando a tutto ciò che quel periodo ha significato per me.
Avevo un gruppo, avevo tantissimi amici, avevo la mia amata scuola, avevo la mia spensieratezza... e un incontro della settimana scorsa ha mosso di nuovo tutto questo in me, insieme alla voglia di recuperare qualche amicizia, qualche rapporto, anche solo per fare una chiaccherata e ridere e scherzare come un tempo.
Con il 2010 mi riscopro, ritrovo la mia vena nostalgico-malinconica, la mia insensata voglia di piangere mentre mi cullo sui ricordi dolci del passato e sulla voglia di riscoprire l'amore con una sfumatura più tenera e dolce. Eh sì, perché anche quest'aspetto si è risvegliato, con questo 2010.
Ho delle speranze e delle aspettative per questo nuovo anno, ho voglia di lasciarmi dietro i brutti momenti e portare con me solo i ricordi felici di esperienze che mi hanno aiutata a crescere, per lasciare spazio ad altre emozioni, sensazioni, suggestioni che mi facciano sentire nuovamente viva, che riescano a farmi battere il cuore di nuovo.
Con me porto gli amici di un tempo, gli amici nuovi, gli amici unici ed insostituibili, quelli che a distanza di tempo e spazio non muteranno mai, come non muterò mai io per loro. E spero che la vita ci sorrida e ci accompagni tutti in questa nostra avventura che in qualche modo ci ha legati, chi da 6 mesi, chi da quasi 10 anni.
Buona fortuna a voi ragazzi... e buona fortuna a me.