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venerdì 7 ottobre 2011

Poggioreale, un ricordo.

Questo è un luogo che spesso mi ritorna alla mente e che ricordo con un certo fascino.
Sono passati diversi anni da quando l'ho visitato, ero in prima media se non erro, o seconda al massimo, ed è stato una delle tappe di una visita gemellaggio con una scuola di Sciacca, di cui ricordo il Castello Luna, e in cui erano previste anche delle soste a Selinunte, altro luogo che diventa magico nella memoria.

Poggioreale, immagine da ©Flickr - Tutti i diritti riservati all'autore
Ciò che ricordo di questo luogo è il silenzio nel quale è immerso, un silenzio in cui, paradossalmente, continua a vivere.

Dal web - ©Tutti i diritti riservati all'autore.
Gli affreschi ancora in parte visibili sulle pareti ed i tetti delle case mi hanno lasciato la sensazioni di un respiro interrotto, un percorso spezzato; una città morta, fantasma però capace di attrarre a sé, alla propria non vita, con seduzione vampiresca.

Dal web - ©diritti riservati all'autore.
E devo dire che anche la parte nuova consegna all'immaginario una buona dose di fascinazione, più che altro perché ricordo di essermi sentita proiettata in una dimensione quasi futuristica, marziana, di fatti le emozioni provate sono state affini ma differenti rispetto a quelle richiamate dai ruderi.
Mi sento di capire, adesso, anche cosa ha potuto spingere Jensen a scrivere la sua Gradiva e quali siano le sensazioni che una città come Pompei poteva scatenare nell'animo e nella psiche dei visionari, nulla di strano, infatti, che anche alcuni scorci di Pompei mi hanno suscitato emozioni e fantasie simili a quelle vissute a Poggioreale.

[A.H.V.]Alexis
07.10.2011

sabato 3 settembre 2011

Eliminare l'eccesso

Perché riempire i nostri spazi di suppellettili?
Perché non lasciare che sia soltanto il sostanzioso vuoto della nostra esperienza a colmarli?

martedì 23 agosto 2011

In pillola

©Flickr - dal web
  

  
  Nulla mi è indispensabile.
  Molto può essermi utile.





Mi trovo ad un punto di svolta, lo sento, e sento che l'onda di tutto ciò che quest'anno ha portato sta pian piano preparandosi al risucchio prima dell'impeto ed impatto finali.
La spiritualità, per come la intendevo fino a qualche mese fa, mi appartiene ancora in qualche modo o sto per abbandonarla? Che volto prenderà? A cosa altro potrò approdare? Ho sempre paura dell'instabilità di idee, tesi e teorie, dei pensieri che per loro natura possono essere puri solo se fugaci, ma più che paura si tratta, forse, di prendere coscienza della lunghezza del sentiero che si è imboccato.
Mi sembra di aver percorso chilometri, eppure volgo lo sguardo indietro, scruto ciò che mi era familiare e con ansia, sottile trepidazione, mi appresto a guardare avanti, a proseguire non so neanche per dove.

domenica 21 agosto 2011

Da cosa nasce cosa

#1
Sono terribilmente affascinata dal mistico nel quale erano immerse le antiche civiltà.
Mi piace pensare agli uomini che cercavano di comprendere e di concepire il mondo, dalla sua nascita al suo  perpetuo e ancora attuale funzionamento, attraverso la creazione di miti, sorte di fiabe (non esenti da elementi assolutamente realistici e puramente terrestri), epopee divine che nutrivano l'immaginazione degli astanti e sfamavano la fantasia dei loro artefici.
Questa idea mi è venuta così, semplicemente discutendo, e dire che ci avevo pensato già molto tempo fa, quando mi capitava, effettivamente, di riflettere sull'attività di creazione artistico-letteraria.
Quando un artista crea, dando forma ad una creatura o plasmando una storia, non necessariamente questa attività nasce da una visione passata, da una reale ed effettiva reminescenza, essa può anche essere figlia di una semplice visione istantanea; figure che nascono dal nulla, quindi, dalla fusione di elementi e spunti differenti che convogliano in un unico, nuovo ed originale essere. 
Oggi può essere una creatura del Dottor Moreau, ieri poteva essere un dio.

#2
Perché si considera primitivo e selvaggio l'approccio mistico degli animisti, più vicino alla spiritualità dei primi uomini, mentre acquisisce grande valenza, quasi indiscutibile, l'idea di dio o dei? E perché non ci si ferma a pensare che il progressivo distacco dalla concezione della natura-dio fino ad arrivare a quella dio-uomo procede di pari passo con la civilizzazione e la complicazione del sistema sociale e cittadino umano? È come se l'uomo, prendendo coscienza di sé, si allontanasse sempre di più dal mondo naturale tanto da arrivare a non attribuirgli più quel carattere divino che l'aveva avvolto fino a quel momento, ed è un distacco avvenuto in maniera molto precoce, segno che l'uomo ha praticamente fiutato subito quello che tuttora rimane il mistero sulla sua reale natura, la sua indiscutibile (senza faziose accezioni al termine) diversità rispetto al mondo naturale cui comunque è legato da leggi basilari che ne regolano gli istinti, incentrando e modificando la concezione del divino a propria immagine e somiglianza.
Altra domanda che mi pongo: se il dio è un principio assoluto, alla luce del ragionamento appena esposto, come è possibile che l'uomo abbia avuto la possibilità di plasmarlo nelle più svariate maniere nel corso delle diverse epoche e attraverso le diverse civiltà? Non sarebbe più logico pensare che ogni civiltà abbia dato forma alla propria essenza essenza mistica, al proprio 'spirito', utilizzando i connotati che meglio conosceva e riusciva a comprendere, piuttosto che pensare che sia stato attuato, secondo un programma divino, un processo secondo il quale il dio, per essere meglio compreso dall'uomo, abbia preso sembianze note al popolo e alla civiltà cui si presentava? 
In un'era variegata come questa, esiste quasi una fede per ogni individuo, un'idea di dio personalizzata per ognuno; e dio non si è presentato a tutti, meno che a me, ed è questo il tempo dell'individualismo.

#3
L'uomo primitivo doveva cercare di dare un ordine all'immanente mondo naturale che lo circondava, lo spaventava, ma ne dominava la fantasia, lo affascinava, doveva decodificarlo; l'uomo civilizzato comincia a scostarsi dalla natura e ad osservare con maggiore peculiarità le attività umane, le abitudini umane, le gesta umane, comincia a comprendersi, a conoscersi, a decodificarsi e rimane stregato da se stesso, esalta virtù,  crea divinità.
La divinità è un simbolo, astrazione di una virtù resa universale ed indiscutibile, plasmata per legittimare usi e costumi, renderli eterni ed esemplari. 

Scusate la solita poca chiarezza di certi ragionamenti! ^^

mercoledì 10 agosto 2011

Parole #1

Che bella la parola 'entropia'.
Mi piace anche il suo significato, lascia spazio all'immaginazione.

E N T R O P I A
©Immagine dal web.

lunedì 1 agosto 2011

Mettersi in Mostra.

La qualità della foto è veramente scarsa, più che altro per la luce che non riesco per nulla a regolare. ._.
Però del risultato finale del disegno sono assolutamente fiera.
È nato da un'ispirazione Tool-iana coniugatasi al modo di rappresentare delle sagome che dell'umanità dovrebbero essere una generale e generica rappresentazione.

[A.H.V.], Nonostante tutto, tecnica mista su carta, 2011

In estate trovo sempre il tempo per dipingere un po' per fortuna; a quanto ho potuto riscontare, stagionalmente mi concentro su tecniche diverse (autunno/inverno: penne, matite, pennarelli; primavera estate: in prevalenza acquerelli), una sorta di ritualità ciclica spontanea che mi accompagna da qualche anno.
Non nascondo che sarebbe una gran cosa se riuscissi a dedicarmi con più costanza alla pittura e alla sperimentazione delle tecniche, ma il problema è che 'dovendo dar retta allo studio', ho tempo davvero limitato, purtroppo. Non badando a questo particolare, però, l'importante è che io riesca ad essere soddisfatta dei risultati raggiunti in quel lasso di tempo entro il quale riesco a produrre con maggiore libertà... e questo pare accadere di tanto in tanto! :D

sabato 30 luglio 2011

Un po' di Belle Arti.

Il surrealismo liquido e lunare di Yves Tanguy.


L'onirismo fiabesco naïf e primitivo di Henri Rousseau.


Spontaneamente, mi sono trovata a pensare di essere di fronte a due artisti senza tempo. 
Nel primo caso, Tanguy, perché le sue opere sembrano essere uscite dai più recenti studi di computer grafica. La tridimensionalità, la liquidità e la freddezza lunare, desolante, delle forme sembra essere un prodotto più contemporaneo di quanto in realtà non sia, figlio di una estesa glaciazione dei tempi che prevede la computerizzazione dell'intera esistenza. Le sue figure sono diverse da quelle (già definite bonariamente da me) 'ingombranti' di Dalì, sono più silenziose, quiete, quasi immateriche, degli spiriti che vagano nello scheletro di una realtà presunta.
Rousseau, invece, trasporta in un mondo che condivide con Ligabue la stessa tensione 'infantile', la stessa carica immaginaria, visionaria, fortemente archetipica. Non è semplice trovare le parole per esprimere ciò che Rousseau mi comunica, ma credo non ne esistano di più esatte di quelle che ho appena utilizzato; come se egli cogliesse direttamente le idee delle forme e della realtà sensibile per renderle concetto eterno, immanente, inevitabilmente riconoscibile.
Magritte avrà avuto qualcosa da divorare di lui per la propria arte, a mio avviso, così come il sopracitato Ligabue.
Alexis[A.H.V.]
30.07.2011

mercoledì 27 luglio 2011

Restyling!

Sì, il colore è più acceso del sabbia che avevo prima, ma era quello che ci voleva al momento!
E dire che non l'ho nemmeno cercato apposta! :D

Ultimamente sono piuttosto lapidaria, ma non ho tantissimo sul quale dilungarmi.
Ci sono novità, ho portato avanti alcune cose e tante le sto ancora masticando, ma sento che questo è il momento dell'appre-approfondimento (apprendimento-approfondimento) e dell'azione, quindi i risultati, se ce ne saranno, si vedranno più in là! :)

Intanto godetevi le vacanze ed i giorni d'estate, qui da qualche giorno abbastanza mite.

venerdì 22 luglio 2011

De(l)"lo spirituale nell'Arte"

Per 'dovere di materia', ho avuto l'occasione di leggere questo testo.
Devo dire, però, che sebbene certe speculazioni mi abbiano colpita parecchio, altre non le ho condivise. 
La tensione spirituale che anima il testo, dovuta alla fascinazione provata da Kandinskij nei confronti delle dottrine teosofiche, spesso mi risulta molle alla lettura, così come mi sembra stemperi gli intenti, come se il mordente più propriamente artistico, quello pratico, della ricerca applicata e pragmatica di uno stile figurativo che meglio esprima una data sensibilità, venisse smorzato dalla ricerca 'forzata' di una motivazione spirituale.
È una ricerca affascinante, soprattutto nello spazio dedicato al suono dei colori e alla corrispondenza che esiste fra questi e determinate forme geometriche, al corrispettivo ritrovato nel mondo musicale nell'utilizzo dei vari toni cromatici oppure del bianco e nero e alla comprensione della possibilità di creare infinite nuove composizioni armoniche fra colori e forme variandone i rapporti, però, ecco, credo che ciò che Kandinskij vorrebbe far vivere nella propria arte attraverso le combinazioni di forme geometriche e colori... non siano altro che le proprie emozioni ed i suoni da esse emanati. La spiritualità con la quale viene colorato il tutto può essere ricondotta alla dimensione umana e alla ricerca della forma espressiva più adatta a renderla concreta, niente di più, niente di meno.

W. Kandinskij, Composizione Astratta

La figura del Cavaliere Azzurro, simbolo della nuova spiritualità, non è altro che una volontà di ritorno al mondo fiabesco (tanto caro, fra l'altro, all'immaginario russo), un ritorno alla scoperta della semplicità delle emozioni e all'espressione diretta, istintiva di queste. In questo senso, l'Astrattismo si vestirebbe di una ulteriore accezione: la purezza delle forme geometriche risponderebbe alla purezza delle sensazioni provate e manifestate dai bambini; una forma semplice per un'emotività diretta, si potrebbe dire, dove per semplice si intende la semplicità della riproduzione di una figura geometrica.
Credo che, spesso, la tensione spiritistica (non uso a caso questo termine!) 'rimbambisca' le intenzioni e le manifestazioni dei pensieri puri e si ponga quasi come una giustificazione/legittimazione di un pensiero che trova altrove le proprie radici, in una dimensione estremamente più vicina e concreta.

W. Kandinskij, Einige Kreise, 1926
Per questo ho apprezzato ed apprezzo maggiormente, in generale, la produzione artistica di Paul Klee, trovo che in essa vi sia una maggiore sincerità espressiva che si pone in diretto contatto con l'immaginario onirico, così da risultare naturalmente 'spirituale' e fortemente animata da una tensione visionaria. Dell'opera di Kandinskij sono solo alcuni lavori ad affascinarmi profondamente, quelli che sembrano più direttamente connessi allo studio del suono in senso cosmico, che risultano anche più morbidi nelle linee e sfumature tonali (vedi Einige Kreise).

Paul Klee, Gatto e uccello, 1928
A questo punto, almeno per me, si apre il quesito su cosa debba essere considerato come 'lo spirituale nell'arte': il richiamo al mondo dello spirito inteso come un mondo altro, trascendente, cui l'animo dell'uomo attinge e al quale anela, oppure esso è, piuttosto, il mondo delle facoltà visionarie, il mondo della psiche, del ricordo, della suggestione sensoriale filtrata dall'emozione?
Io tendo a considerare maggiormente la seconda ipotesi, quella a me attualmente più vicina.
Alexis[A.H.V]
22.07.2011

P.S.: ovviamente 'Lo spirituale nell'Arte' non è soltanto questo, la parte introduttiva riflette molto dettagliatamente sulla società e sul suo andamento ed è fonte di diversi spunti di riflessione che credo presenterò nei giorni a venire! Anche perché la teoria della piramide mi piace molto. :)

venerdì 8 luglio 2011

Estemporanee #1

Credo che gli scrittori (artisti) siano dei maestri soltanto nelle opere che scrivono e tramandano, non credo lo siano mai stati realmente nella propria vita quotidiana o nell'esistenza che hanno vissuto, sopratttuo se particolarmente problematica.

Cercare di spiegare questo pensiero mi viene difficile.
Nasce come commento ad un brano appena letto su Rosso Venexiano in cui una giovane in preda ad una crisi esistenziale, sfogata nell'alcool, continua a chiedersi cosa avrebbe potuto dirle Bukowski se fosse stato ancora vivo e lì con lei; non riesco a trovare una formula che sia più chiara di questa.

Alexis[A.H.V.]

lunedì 27 giugno 2011

La '(s)mania' del recensire

Ho realizzato, proprio in questo momento, come a volte sia superfluo il recensire.
E mi riferisco a tutto ciò che può essere 'recensito' nel senso di analizzato, sviscerato, con lo scopo di essere 'spiegato'.
Recensire un film o un libro o un'opera d'arte, nel senso dell'analisi di quest'ultima, non sempre significa averla compresa, anzi, tendo a pensare che più l'opinione espressa in merito si fa complessa, particolareggiata, tecnica, più ci si allontana dal reale senso dell'oggetto preso in esame.
Giri di parole attorno a concetti che, come le idee che li hanno ispirati, possono essere riassunti in brevi sensazioni, soggettive per altro, ma che mantengono quella pura fugacità di un pensiero afferrato, catturato e poi espresso così, semplicemente.
Con questo non voglio sminuire l'attività di analisi dettagliata, che è comunque importante se si vuole dare un'immagine completa e a 360° del soggetto di cui si tratta, credo, però, che sia  spesso fuorviante per le reali o più immediate intenzioni espresse. Come se di un libro, una poesia, un racconto ci si soffermasse eccessivamente sulla forma soffocando le sensazioni che ci hanno lasciato, quelle che comunicano in modo più diretto con il proprio intimo sentire.

Alexis[A.H.V.]

giovedì 23 giugno 2011

Ipotesi di realtà

La realtà è molto più brutale di come la pensiamo.
Non di certo per causa di una qualche efferatezza effettiva degli eventi, però. 
Paradossalmente è il nostro continuo vestirla con abiti che non le appartengono a rendercela sempre più lontana ed incomprensibile, estranea, se riuscissimo, invece, a riscoprirla nella sua 'nuda verità', probabilmente riusciremmo ad affrontare meglio il succedere degli eventi.
È un continuo tentare di abbellire gli aspetti che ci appaiono come più duri, di addolcirli al fine di sopportarli meglio, questo è profondamente umano e profondamente connesso non tanto alla paura che si prova di fronte a tali eventi, quanto più alla coscienza della paura che potremmo provare. Gran parte delle iniziative umane (culturali, sociali, storiche, spirituali che siano) nascono proprio da questa coscienza, da questo rendersi conto delle possibili sfaccettature di ciò che appartiene alla sfera delle azioni, a quella emotiva, a quella causale e casuale degli eventi, è una volontà di pararsi e di schermarsi da possibili effetti negativi, o almeno potrebbe esserlo.
Il rapporto con l'aspetto più naturale della vita è stato parzialmente perso, per questo nutriamo una serie infinita di timori che si ricollegano tutti alla sfera primordiale, primitiva e più ferina dell'esistenza.
Allontaniamo l'animale 'feroce' da noi, così come scacciamo il buio con una fiamma.

Alexis[A.H.V.]

venerdì 17 giugno 2011

Bozza #3 - Sull'Architettura

L'Architettura è un organismo mobile e vivo più di quanto si possa considerare.
Al suo interno vibrano, ululano le forze fisiche, le trazioni e le resistenze fra i vari elementi che ne costituiscono lo scheletro al fine di creare un unico, grandioso, complesso organico.

Zaha Hadid Project for Performing Arts Centre in Abu Dhabi 

Adesso, a prescindere da ciò che si può studiare a riguardo, sono arrivata alle conclusioni sovracitate per mezzo della percezione, ricezione ed apertura al mondo della sperimentazione architettonica. 
Già, mi sembrava impossibile che questo potesse accadere... eppure è accaduto! Ed è accaduto naturalmente e per caso, mentre scoprivo, grazie ad un inutile test di Facebook, le opere di Zaha Hadid; da lì fu amore!
Complice, al momento, anche lo studio dell'Arte contemporanea, delle innovazioni di Le Corbusier e delle stupende ideazioni di Frank Lloyd Wright.
L'Architettura adesso mi appare non soltanto come l'idea e l'apparenza di un edificio, ma credo rappresenti qualcosa di socialmente più pregno; innanzitutto è il volto che la società da al luogo in cui si stabilisce e vive, è la sintesi estetica di alcuni degli ideali fondamentali di un dato tempo e di una data sensibilità storica e culturale, è e deve essere decorativa e funzionale al contempo, soprattutto nel caso dell'architettura monumentale, mentre l'architettura sociale, sebbene anch'essa subisca un po' gli effetti dei parametri estetici in voga in un dato periodo storico, è però più semplificata nelle forme e superficiale nelle scelte, per un'ovvia questione di "produzione in serie e/o di massa" che non permette di focalizzarsi adeguatamente sulle qualità estetiche e decorativo-ornamentali (o meglio: si perderebbero troppo tempo e troppo denaro se se ne tenesse eccessivamente conto!). Questo, però, non incrina il fascino di un qualcosa che creiamo e che ci avvolge e coinvolge ancor più dell'Arte in senso figurativo... con l'architettura "dobbiamo averci a che fare", anche se si trattasse di una capanna delle più semplici: sempre di una costruzione si tratta, sempre di un'esigenza umana estrinsecata in uno scheletro funzionale che costituisce una forma rudimentale, primordiale e pur sempre viva di architettura! :)

Alexis[A.H.V.]
©Immagine dal web.

mercoledì 15 giugno 2011

Considerazioni un po' troppo sparse

Da una citazione letta stamattina:
«La nostra realtà nasconde una seconda realtà [una realtà meravigliosa], che non è né misteriosa né teologica, ma anzi profondamente umana. Essa, a causa di una lunga serie di equivoci, resta purtroppo nascosta sotto una realtà prefabbricata da molti secoli di cultura, una cultura che può vantare molte grandi scoperte ma anche profonde aberrazioni, profonde distorsioni.» - Julio Cortázar
In linea di massima, questo è anche il pensiero che vado via via concretizzando e che mi porta, come già accennato, a riscoprire una dimensione la cui magia risiede nella consapevolezza dell'esistenza di una realtà umana talmente forte e talmente pregna, da non avere necessità di essere sublimata attraverso l'ausilio di entità esterne. Questa dimensione umana è, ovviamente, connotata da meraviglioso e terribile al contempo, dalle immagini che abitano la mente che possono essere di estasi divina o fantasmagorica, ma che risplendono in quanto prodotti dell'inconscio miscelato all'intelletto e al suo intrinseco bisogno di dare corpo agli impulsi e stimoli che il corpo riceve attraverso i sensi.

C.M. Mariani, La mano obbedisce all'intelletto, 1983

L'uomo è un essere entro il quale coesistono talmente tante componenti che è difficile non solo cercare di comprenderlo a fondo (e comprendersi di conseguenza), ma è anche difficile tentare di spiegare e creare un rapporto lineare con questa creatura e quindi con se stessi.
L'uomo che parla dell'uomo... il metauomo! :D
Chissà quanto spesso ci si accorge, parlando dell'umanità, di farne realmente parte, quasi come se ci si distaccasse dal proprio contesto e dalla propria natura per guardare tutto con un occhio che si presume oggettivo, ma che sarà sempre, intimamente correlato alla natura della materia osservata.
Non è come parlare di un prodotto umano o di qualcosa esterno all'umano, come la natura e gli animali, è qualcosa di totalmente diverso: è l'uomo che osserva da esterno il sistema in cui vive e tenta di darne una spiegazione, un profilo che risulterà sempre parziale, poiché già esclude se stesso e non si contempla come eccezione, alternativa a quel sistema... e qui, e per altre vie, lo giuro, torna un pensiero successivo di Cortázar a proposito della sue ricerche letterarie:
«[...] Nel mio caso, il sospetto che [esista] un altro ordine più segreto e meno comunicativo, e la feconda scoperta di Alfred Jarry, per il quale il vero studio della realtà non risiedeva nelle leggi bensì nelle eccezioni a tali leggi, sono stati alcuni dei principii orientativi della mia ricerca personale di una letteratura al margine di qualunque realismo troppo ingenuo.»
... non potrebbe valere questo, in parte, anche per l'uomo?

M.C.Escher, Mani che disegnano, 1948.

Alexis [A.H.V.] - ©Immagini dal web
Citazioni tratte dal testo "Il fantastico" di Remo Ceserani, tutti i diritti riservati.

venerdì 10 giugno 2011

Domanda!

Può la mia tensione al fantastico essere 'figlia' di una mia necessità artistica e non causa della stessa?

A.Beardsley, Dragon. 

Sto cominciando a credere di sì, e la cosa non perde affatto di fascino! :)
Come se, tra le tante possibili, questa scelta mi si proponesse come la più affine alla mia sensibilità artistica, quella che meglio riesce ad esprimerla e non necessariamente come una causa, forza motrice dell'atto del creare stesso; in questo ultimo caso sarebbe come se il mio scrivere o disegnare dipendessero solo e soltanto da una particolare scintilla che le metta in moto e senza la quale non produrrebbero più nulla, ma considerando la fascinazione del fantastico come un canale espressivo, rendo la mia 'arte' libera da particolari connotazioni: un dato di fatto, un qualcosa che esiste e si manifesta nelle modalità che ritiene più consone.
Creo, insomma, perché mi viene spontaneo. Generalmente non esistono cause o scopi precisi, esiste la volontà ed il piacere provocato dall'atto in sé; credo, anzi, che cause e scopi esistano nel momento in cui ci si trova in una particolare condizione emotiva che sfrutta il mezzo artistico per esorcizzarsi in qualche modo, ma che, in generale, l'atto creativo è un atto non necessariamente condizionato. 
La grandezza dell'Arte sta, almeno per me, proprio nell'inglobare e nel contemplare, anche all'interno dello stesso individuo, entrambe le componenti: quella più marcatamente emotiva e motivata e quella più 'pura' nel senso di scevra da motivazioni e cause.
Alexis[A.H.V.]
©Immagine dal web

lunedì 6 giugno 2011

Uno sguardo al Futurismo

Le forme aguzze, taglienti del Futurismo, seppure paiono animate da una furia incosciente e travolgente, vibrano del rombo delle industrie nascenti e di un vitalismo dal sapore differente rispetto a quello cui il mondo artistico si era abituato.
Non mi riesce difficile immaginare in quale atmosfera vissero immersi questi artisti riottosi e scapestrati che del dinamismo, dello spazio, del delirio del moto fecero il proprio baluardo.

U.Boccioni, Stati d'animo: quelli che vanno, 1911

Il dinamismo, il rapporto del movimento di un corpo in relazione allo spazio entro il quale esso è posto, la corsa al futuro, al progresso, la rottura con il passato, lo svecchiamento delle precedenti concezioni artistiche. Il Futurismo ha avuto il merito di agire come un Caino distruttore del biblico Abele, una valvola che si è aperta, esplodendo, su una nuova realtà e concezione della stessa e munita della tipica presunzione dell'innovatore consapevole. 

L.Russolo, Dinamismo di un'automobile, 1912-13

Da adesso tutto è nuovo, tutto è frammentato e frammentario, tutto è immerso in un rigoroso disordine formale che svela l'unicità di ogni singola particella (soprattutto in campo letterario); regna l'interferenza, il disturbo, la mosca all'orecchio del rumore della realtà.

Alexis[A.H.V.]
©Immagini dal web

domenica 5 giugno 2011

In bozza #1

Non credo si possa parlare di contraddizione quando ci si trova di fronte all'evoluzione di un pensiero.
Un pensiero che osserva uno sviluppo che porta a dei mutamenti rispetto alle posizioni di partenza, non può dirsi contraddittorio perché al mutamento si giunge attraverso una serie di tappe 'ragionate' e più o meno sofferte.
La contraddizione consiste, secondo me, più nell'incoscienza, nella faciloneria o nel fittizio e costruito interesse con i quali ci si approccia a tesi poi negate dalle azioni o da affermazioni istintive e naturali. 

sabato 4 giugno 2011

Maestro, Margherita, Woland e dintorni.

II Maestro e Margherita è uno di quei testi che strega, abbaglia tanto sono forti e luminose le immagini di cui è composto.
È un viaggio nella società, nella polemica alla stessa, così almeno scrivono e così è sicuramente, ma è anche altro: è magia, è sogno, è meraviglia.
È un incanto che si fa libro, un volo notturno in sella ad una scopa da strega che nessuno può avvistare, è un tendone da circo a triangoli gialli e rossi, è un gatto parlante, un illusionista ed un sicario. È una visione sconvolgente di Pilato, un respiro dato a quel Satana dipinto come il Male che in realtà pare solo essere un'osservatore della realtà nei suoi più subdoli e aspri meccanismi, è ironia, profonda e tagliente ironia, ma è anche amore, di quello puro, senza filtri nè pudori.
È un testo che si apre, o meglio, che travolge come un'onda composta di spuma di nuvole.
Un testo che va letto per sognare, ma anche per sapere...
... e comunque per pensare.
Alexis[A.H.V.]
04.05.2011

Mi sento di aggiungere qualche altra parola a questo pensiero espresso estemporaneamente circa un mese fa.
Leggendolo, ripensavo, effettivamente, alla figura di Satana ritratta non soltanto nel romanzo in questione, ma più in generale al ritratto e al ruolo che a questa figura sono stati dati dalla società che l'ha concepita.
Satana è un archetipo, è l'archetipo di tutto ciò che viene considerato, o meglio è stato considerato e definito come 'impuro'; non è una figura reale, né tantomeno un demone che si palesa per tentare e condurre gli individui verso il Male: è semplicemente una parte dell'umano, quella più socialmente scomoda.
Il male, almeno secondo il mio parere, è un prodotto totalmente umano, così come il bene. 
In realtà essi esistono solo perché definiti e concepiti dal comune pensiero umano e sono stati decodificati in base a norme che hanno, via via, caratterizzato il sistema sociale in cui ci muoviamo. Senza norme che sanciscano cosa è bene e cosa no, regnerebbe, probabilmente, una sorta di caos perpetuo, se è possibile immaginarne uno ancora peggiore di quello vigente attualmente.
Sono del parere, comunque, che stabilire regole comportamentali sia essenziale per mantenere una sorta di ordine fra le parti; già nel sistema animale esistono dei ruoli assegnati ai vari componenti della comunità, quindi il nostro sistema sociale è una sorta di reminescenza di quello esistente in natura; il problema, però, sta laddove si entri nell'ambito del privato costringendo gli individui a delle limitazioni sollecitate, peraltro, dalla creazione di timori inconsistenti ed inesistenti. Questo diviene uno strumento di controllo e non più di ordine, quindi assume un carattere subdolo che, personalmente, non sostengo. Ed è questo che, secondo me, costituisce "il vero male sociale".
Perché, quindi, credo che il Satana proposto da Il maestro e Margherita sia una figura importantissima ed assolutamente innovativa dal punto di vista dell'immaginario? Semplicemente perché questo Satana è una lente, il filtro per l'osservazione e la comprensione del reale per come si presenta nella sua oggettività; non è una figura negativa, è un indagatore sociale, l'indagatore per eccellenza, quello a cui è stato affibbiato il marcio e che di marcio non ha esattamente nulla.
Anzi, è una figura smascheratrice delle ipocrisie sociali, dei sistemi fittizi, dei rapporti inconsistenti che gli esseri umani spesso stabiliscono al fine di giungere ad una qualche forma di profitto e, nella vicenda specifica, proprio quest'essere considerato abbietto, si fa sostenitore della purezza di un sentimento.
È una grandissima rivoluzione per quel che concerne l'idea che 'ci hanno fatto fare' del male, perché è una conferma di come esso, come forza propulsiva, risieda nelle trame psichiche di ogni individuo che si estendono a valore sociale, non è un qualcosa di esterno, un qualcosa che spinge e costringe all'atto impuro, è una pulsione interiore nata da una privazione, da un reticolo di limitazioni, di soggezioni, di idee che si contraddicono continuamente.

È un discorso un po' complesso che non credo nemmeno di avere espresso nel modo più chiaro (anzi, credo sia piuttosto incompleto come post :P), anche perché, sinceramente, è una di quelle questioni sulle quali rimugino di continuo senza un reale risultato probabilmente!

©Immagini dal web

P.S.: le immagini che ho proposto ritraggono Behemoth, quindi possono risultare fuorvianti ai fini del post, ma adorando questo personaggio non ho potuto fare a meno di inserirle! ù_ù

venerdì 3 giugno 2011

Alla ricerca dello Stile!

Non so, esattamente, quale aspetto dare al mio blog in questo determinato periodo.
Ho voglia di parlare d'Arte, ma desidero farlo con le parole giuste, senza la minima traccia di presunzione nei toni utilizzati, senza boria, senza eccessivi tecnicismi; però, quando parlo d'Arte, quando scrivo di Arte, mi sembra di essere catapultata in una dimensione tutta mia, parallela a quella reale. 
C'è qualcosa che respiro che è senza tempo, una forma di euforia  e di vivacità mentale che si riattiva ed accende ogni qualvolta mi avvicino a determinati argomenti... un entusiasmo, in breve!
Mi si è posto il problema della forma con la quale mi esprimo, perché essa è il mezzo virtuale più diretto che posseggo per comunicare le mie idee, le suggestioni e le impressioni, quindi è importante che io la curi e la renda il più possibile attinente a quella che è la mia persona.
Spesso capita di "sdoppiarsi" mentre si scrive, un io scrivente si trasforma in un io narrante e, sebbene essi siano parti di uno stesso individuo, fra questi esiste una profonda differenza, intenzionale nella narrativa, inconscia nella scrittura 'for fun' o nella saggistica, nella scrittura personale e più legata al pensiero individuale, insomma. Questa differenza, talvolta anche discordanza, si attua tramite lo stile di scrittura, una scelta, una cernita di termini, un'intenzione, una propensione ad esprimersi in un modo piuttosto che in un altro. E spesso è lo stile stesso a pregiudicare il contenuto, o meglio l'interpretazione del contenuto, da parte del possibile lettore; questo lo sto imparando confrontandomi con terzi (con i quali interagisco nella realtà), rispetto all'aspetto dei miei post e sinceramente credo di dover porre la dovuta attenzione alla questione, perché mi interessa che da essi traspaia la mia intenzione comunicativa reale, piuttosto che una filtrata e storpiata involontariamente dalla mia stessa attività di scrittura!
Sono in rodaggio, insomma, alla ricerca di una formula comunicativa congeniale sia alle mie esigenze comunicative che, come già detto, al mio particolare modo di essere. :)

mercoledì 1 giugno 2011

Suggestioni da Emil Nolde

Ho sempre percepito in Nolde un primitivismo ferino ben diverso da quello espresso da Gauguin.
Il secondo, infatti, sembra mirare ad una placida e naturale ricerca dello spirito nell'esotico, miscelando, talvolta, temi occidentali per tradizione con l'ancestralità primordiale dei popoli del Pacifico e anche nelle sue visioni legate alla Bretagna, difficilmente, l'occhio dell'osservatore viene sconvolto dalla violenza di un qualche elemento; violenza che erompe, piuttosto, nelle opere di Nolde.

Mask still life III, 1911

Dance around the Golden Calf, 1910

Emil Nolde propone il primitivo non in quanto spirito, bensì in quanto carica istintuale, violentemente erotica, quasi demoniaca. Le figure vengono tratteggiate con frenesia, mostrandone anche degli accenti grotteschi abbastanza evidenti, sebbene, però, abbia anche saputo dar vita ad una serie di figurazioni paesaggistiche in cui il carattere espressionista di alterazione dei colori, in obbedienza alla percezione più che all'imitazione, mostra un effetto mitigato rispetto alla risonanza riscontrata nelle figure.

Lake Luceren,1930

Nolde turba in ogni sua opera, una improvvisa e potente folata di vento, ma in alcune opere questo turbamento ha più un sapore malinconico che brutale, esattamente come un soffio, un sospiro che soffocano un grido.

Notte al chiaro di Luna, 1913

È interessante anche notare come fra i primi decenni del XX secolo e gli anni Trenta del medesimo, ad acquietarsi è anche il tratto e la modalità d'esecuzione, come se le pennellate si trasmutassero da graffiti a soffici nuvole.

Red Clouds, 1930

Questo artista mi da sempre una grandissima emozione, sebbene quando lo approcciai per la prima volta ricordo di avere provato quasi un senso di repulsione per quelle figure fin troppo "sfigurate". Adesso, invece, riconosco in lui una tensione, una vibrazione, una forza vitale che non potevano essere espresse diversamente.
Ciò che è primordiale, istintivo, è sempre violento in qualche modo, almeno questo tendo a pensare, ed è violento perché costituisce una rottura con la razionalità, è liberazione di desideri e sensazioni quotidianamente ingabbiati, un'esplosione vulcanica, più che una semplice eruzione.

Alexis [A.H.V.]
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