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mercoledì 31 agosto 2011

Il Volo della Fenice - 1965

Un film che consiglio vivamente, visto proprio ieri sera.
Sebbene parta da un incipit più o meno comune, incidente aereo e conseguente dispersione dei protagonisti in mezzo al deserto, la storia si sviluppa tenendo peculiarmente conto delle varie personalità dei membri  dell'equipaggio.
È una storia di uomini, più che una vicenda narrata, una storia di caratteri differenti che si incontrano e/o scontrano a causa delle rispettive diversità, modi di intendere e proporre la propria esperienza.

The flight of the Phoenix, 1965

lunedì 22 agosto 2011

In attesa!

Questo sì che merita di essere visto! *_*


Altro che quella cagata (e quanno ce vo', ce vo'!) di film con attori che non assomigliavano minimamente ai personaggi del gioco e dalla storia totalmente stravolta! :°D
Tanto per capirci: combattimenti scarsissimi (alcuni personaggi non combattono neppure), scelta dei personaggi da presentare pessima (perché non una Xiaoyu o Paul o più spazio ad un più serio Law... piuttosto che un Raven dispensatore di perle di saggezza od un Dragunov che appare giusto come riempitivo?), personaggi abbozzati, quasi senza storia... insomma, una delusione totale delle già effimere aspettative nutrite! Una catastrofe :°D (sempre a mio parere, sia chiaro! ù_ù)!

"Fatti sotto, bello" - "Arrivo."
Eddie Gordo vs Raven

Attendo, adesso, di vedere quello in Computer Grafica!
Sembra promettere bene! :))

©Immagini dal web

giovedì 30 giugno 2011

Cattura schermo #2

Non è tanto l'uccisione di un dio da parte dell'uomo e la conseguente vittoria della volontà del primo sul secondo, quanto l'impossibilità di quest'ultimo di distruggere l'eterno ciclo di rigenerazione della vita.

Principessa Mononoke ( Mononoke Hime - 1997)

Il dio è la vita stessa.
Ashitaka Emishi

Più mi guardo attorno e più sono portata a pensare che tutto ciò che proiettiamo al di fuori risieda, in realtà, all'interno.

©Immagine dal web.

lunedì 27 giugno 2011

Cattura schermo

Setsuko non è soltanto simbolo del mondo dei bambini in sé e per sé, ma è anche e soprattutto manifesto di ciò che l'adulto, il consapevole, proietta in questo mondo.

Hotaru  no Haka (Una tomba per le lucciole - 1988)

Grazie Studio Ghibli.

venerdì 8 aprile 2011

Il mondo di Miyazaki

Ogni film di Miyazaki vive di una magia propria.
E dall'ultima visione sono rimasta totalmente incantata!
Sarà per via del mio animo bambino, sarà per via dei colori, della semplicità del tratto e della genuinità dei personaggi che si muovono all'interno della storia, ma Ponyo sulla scogliera mi ha lasciato il cuore caldo e colmo di tenerezza.
Porco Rosso mi aveva fatto un effetto simile, anche se si trattava di una magia più 'adulta, più complessa, complice l'atmosfera e l'aura misteriosa che aleggiano intorno al personaggio principale; era qualcosa di più nostalgico, trasognato, al contempo disilluso, mentre in Ponyo vive tutta la vivacità della sensibilità fantastica dei bambini, tutta la loro inventiva e capacità di dispiegare mondi che Miyazaki sembra aprire anche agli adulti.
La Principessa Mononoke colpisce per la sua solennità, la fierezza ferina di ogni singolo protagonista, l'aspetto selvaggio che si congiunge a forme di umanità autentiche, primitive, sincere e nobili, mentre Il Castello Errante di Howl gioca sui sentimenti, sulle 'stramberie' e particolarità dei personaggi che si incastrano perfettamente creando un puzzle varipinto e completo di qualsiasi sfumatura.
Ma una delle cose che mi ha più colpita, in Miyazaki, è che non v'è traccia di odio.
Vi possono essere delle ostilità più o meno accentuate, ma si tende sempre allo scioglimento di queste al fine di una ritrovata armonia. E delle donne di Miyazaki che dire? E delle vecchine pure come bambini? Degli animali con anima e coscienza? Dei simpatici Kodama che abitano la foresta?
Miyazaki è un mondo, un mondo che vive in un uomo e che, attraverso di esso, si propaga all'esterno per regalare a tutti noi piccole epifanie.

«A Ponyo piace Sosuke!» :)

domenica 20 marzo 2011

Princess Mononoke


Un film da vedere una, due, tre e cento e più volte ancora.

«Gli alberi urlano quando vengono uccisi, ma gli uomini non sono in grado di sentirli.»
[Moro]

sabato 22 gennaio 2011

«Siamo sempre noi a decidere chi siamo»


Oppure chi vorremmo essere o diventare. E lo stavo pensando proprio ieri, ignara che la sera stessa avrei visto questo interessantissimo film, Waking Life [link info].
Il film si presenta come una successione di illuminazioni e teorie sull'essere umano [inteso come creatura sociale e spirituale] che non mirano a creare una trama coerente o con un fine prestabilito, ma rimangono lì, delle epifanie che, mostrandosi, regalano i più disparati spunti di rfilessione.
Tornando alla strampalata coincidenza, effettivamente, negli ultimi tempi, mi è capitato spesso di pormi  il dubbio sulla nostra intima natura individuale, e sottolineo individuale perché ciò che sto cercando di comprendere, non è quella natura comune a tutti gli uomini, ma il percorso e lo sviluppo di un essere a sé stante, che fa sì parte della comunità umana tutta, ma rimane unico in se stesso.
All'interno del film vengono fatti riferimenti al libero arbitrio, alle leggi fisiche, chimiche e biologiche che regolano il nostro organismo e che ne determinano lo sviluppo, ma come afferma una delle tante voci presenti: "Ogni sette anni, le nostre cellule si rigenerano completamente, quindi più volte nel corso della vita, diventiamo esseri totalmente diversi, eppure, in fondo, rimaniamo sempre noi stessi."
Cosa è che determina il "noi stessi"? E come è possibile percepire questo "noi stessi" come immutabile nel corso dell'esistenza? Noi siamo già dal principio o ci costruiamo lungo il cammino? E se le due ipotesi non si escludessero a vicenda creando un connubio fra essenza prima e mutazione, evoluzione di quest'ultima?
C'è chi crede che l'essere umano si sveli durante il proprio percorso vitale, ovvero scopra quelle che sono alcune proprie caratteristiche soltanto a seguito di esperienze compiute, ma è anche vero che, se così fosse, tali caratteristiche, una volta venute a galla, risulterebbero impossibili da trasformare, in quanto fondanti e fondamentali del e per l'individuo. Ma le esperienze stesse insegnano come anche le peculiarità caratteriali possono essere modificate in base alle esigenze e alle circostanze.
Quindi, e qui ritorno ad un'ipotesi fatta tempo addietro, suppongo che l'essere umano debba paragonarsi all'acqua e debba aspirare a divenire come essa.
L'acqua non muta la propria essenza, ma modifica e adatta le proprie caratteristiche in relazione al contesto in cui è inserita. Cambia temperatura, aumenta d'intensità e velocità nello scorrere, si addolcisce o rende salata, ma chi è che può negare che di fronte ad un fiume, un lago o all'oceano, non ci si trovi d'innanzi ad acqua?
Sempre e comunque acqua.
Chi è che può negare che a  sei anni, a quindici, a trenta e a sessanta non sia comunque rimasto di fronte a se stesso?  
Nessuno.
Anche i cambiamenti radicali comportano e contemplano un'unità di fondo. Ma il cruccio è sempre lì e non cenna a svanire: quale è questa intima essenza che ci rende unici e molteplici allo stesso tempo [il noi stessi]?
Vogliamo chiamarla "anima"? Ma anima, forse, è soltanto un nome dato a qualcosa di ignoto e questa definizione non risolve di certo il quesito.
E questo è un problema che, in realtà, è legato al destino proprio di ogni individuo [ma sostituiamo il termine destino con quello di percorso]. 
Il mistero del "noi stessi" risiede in ognuno di questi "noi stessi", preso singolarmente. Il percorso umano non è uguale per tutti gli esseri ed il passaggio storico dalla concezione di collettività [sociale o meno] ad individuo, è profondo segno di questa consapevolezza. 
Pluralismo delle individualità che forma un unico puzzle, il quale non potrebbe sussistere senza la diversità degli incastri dei propri tasselli.

[A.H.V.] Alexis
22.01.2011

lunedì 18 ottobre 2010

Innesti musicalcinematografici.

Certe volte capitano delle coincidenze incredibili e si finisce per ritrovare qualcosa che si era scoperto per caso tempo prima immerso in un contesto, al contrario, assai noto!
In realtà mi riferisco a qualcosa di molto più semplice di ciò che sembra, e si tratta, per l'appunto, di un particolare video associato ad una delle mie canzoni preferite di uno dei miei gruppi fondamentali, ovvero What If dei Godsmack.
Fra tutti i video, per lo più supporti audio, che avevo visto e intravisto riguardo questo brano, mi era sfuggito questo qui che è composto da un collage di diversi cortometraggi, fra i quali ho riconosciuto immediatamente il primo, "veduto" per la prima volta[e non ricordo nemmeno perché] al più tardi la scorsa settimana. 
Ecco qui, intanto, il video della canzone:


E qui il cortometraggio da cui sono tratte le prime scene, The Eye of Silence:


Purtroppo per me, non ho ancora i mezzi necessari per poter commentare questa animazione come meriterebbe di essere commentata, ma posso limitarmi ad esprimere un parere estetico o tentare di trovare un qualche significato partendo dalla breve descrizione posta a didascalia dello stesso.
Essa cita: «A doll's head is lost down a dark sewer. An experimental animation which is inspired by the idea of returning to the womb.»[traduzione sommaria: «Una testa di bambola si è persa in un'oscura cloaca. Un'animazione sperimentale ispirata dall'idea di un ritorno al grembo materno.»]
Innanzitutto noto come la testa di bambola non sia intera, bensì squarciata, questo potrebbe voler dare un senso di stampo negativo all'atto del nascere, come se una natura di per sé pura[o che noi crediamo tale tanto siamo abituati a pensare al grambo materno come un rifugio] si macchiasse di una letale deturpazione al momento dell'abbandono dell'utero. Quest'ultimo, poi, non appare affato come un luogo rassicurante. È umido, oscuro, abitato da figure e parti anatomiche che attirano e spaventano la testa fino a condurla innanzi ad una sorta di doppio, che non ho ben capito cosa potrebbe significare, ma che coincide terribilmente con l'annegamento della testa in un liquido che può essere sia liquido amniotico che liquido seminale.
Non nascondo di avere necessità di un confronto con altre ipotesi per capire bene o confermare il senso di quest'animazione, comunque pare voler essere un tentativo di donare una connotazione negativa ad un qualcosa che solitamente si ritiene piacevole, gioiosa, addirittura realizzazione di un sogno/desiderio per qualcuno.
Ma adesso passo ad un altro spezzone del video musicale che mi ha incuriosita e di cui sono riuscita a trovare immediatamente l'originale di appartenenza, Transition:


Stavolta, però, la spiegazione la si trova direttamente nei commenti ed è stata scritta direttamente da uno dei due creatori del corto/animazione, ovvero Jonathan Moyes: «We were inspired by the stories of organ stealing in Brazil. Basically, our character is sorta undead, and travels to a limbo land where he has flashbacks of being robbed of his organs. At the end the character accepts his own death... and really dies this time!».
Godeteveli perché credo siano davvero interessanti sia dal punto di vista della realizzazione[stop motion] sia dal punto di vista dei significati che intendono proporre e che poi ognuno interpreta a proprio modo.
Altra simpatica coincidenza, i creatori di Transition si autoaffermano ispirati dai video realizzati in stop motion per i brani dei Tool e dal lavoro cinematografico dei Quay Brothers, produttori e registi di alcuni video dei Pere Ubu.

Alexis
18.10.2010

sabato 7 agosto 2010

Velluto Blu, regia di D. Lynch, 1986

Capolavoro del 1986 firmato David Lynch, Velluto Blu si presenta come un film dalla trama non difficile da comprendere, ma nella quale sono già presenti tutte le principali caratteristiche della regia e dell'immaginario di Lynch.
La vicenda prende le mosse da uno strano ritrovamento da parte di un ragazzo di nome Jeffrey Beaumont: un orecchio umano mozzato che deciderà di denunciare immediatamente alla polizia.
Nonostante gli avvertimenti da parte del Commissario Williams di stare alla larga il più possibile dal caso, il ragazzo indagherà da sé alla ricerca di maggiori indizi che possano far luce sulla faccenda e, nella sua impresa, verrà aiutato dalla figlia del Commissario stesso, Sandy.
I ragazzi scorpiranno che la questione orbita attorno alla figura di Dorothy Vallens, una giovane cantante vittima delle intimidazioni e sevizie di un tale di nome Frank Booth, il delinquente di spicco del sottobosco malavitoso di Lumberton, la cittadina in cui la vicenda si svolge, il quale manifesta una sorta di attaccamento morboso nei confronti del velluto blu, legato indissolubilmente alla sua infanzia.
Jeffrey entrerà a contatto con questo mondo fatto di delinquenza e violenza, il quale sembra apparentemente contrastare con la sicurezza e serenità, sempre velatamente inquietante e fittizia, della cittadina in cui i protagonisti si muovono e dovrà fare anche i conti con quelli che sono i risvolti psicologici e i loro effetti sui personaggi. Perché, effettivamente, è proprio la psicologia dei personaggi ad essere la punta di diamante del film.
Ogni azione compiuta, ogni apparente "follia ingiustificata" è in realtà motivata da una fitta rete di traumi mai del tutto superati, prodotti, in particolar modo, dall'amibiguo ed esasperato approccio al sesso, sempre visto da Lynch come un qualcosa di ferino, violentemente primordiale. Poi l'attenzione per il buio, per le zone d'ombra, passaggi temporali e dimensionali al contempo e la metafora portante del pettirosso sull'insetto, quasi a voler dare una nota positiva e di speranza al film.
Un film da vedere insomma, non di certo per la trama in sé, ma proprio per questo gioco di rimandi e psicosi che rendono il thriller assolutamente interessante.

Locandina reperita in rete

Alexis
07.08.2010