mercoledì 9 febbraio 2011

"Soffro" di un alto grado di Empatia.

Cosa si intende per empatia?
Se l'alessitimia implica l'incapacità o l'impossibilità di percepire le proprie e le altrui emozioni, l'empatia è al contrario quell'abilità che consente alle persone di entrare in sintonia con i propri e gli altrui stati d'animo. Non a caso tale abilità si basa sull'autoconsapevolezza: quanto più si è aperti verso le proprie emozioni, tanto più abili si è nel leggere i sentimenti altrui. Questa capacità consente di capire come si sente un'altra persona ed entra in gioco in moltissime situazioni, da quelle tipiche della vita professionale a quelle della vita privata.
La capacità empatica permette di leggere e capire non solo le emozioni che le persone esprimono a parole, ma anche quelle che, più o meno consapevolmente sono espresse con il tono di voce, i gesti, l'espressione del volto e altri simili canali non verbali. [da benessere.it ]

©Helena Wierzbicki, Empathy -> [ link ]

Qualcuno mi curi.
È un dono grandissimo quello di riuscire a comprendere gli altri, ma è anche altrettanto frustrante vedere tradita l'aspettativa di un "effetto boomerang".
Anche se, paradossalmente, non mi riferisco a fatti di questi ultimi giorni che mi hanno interessata da vicino [non si trattava di mancanza di empatia infatti, poiché sono stata compresa benissimo, quanto, invece, di diversità d'approccio], ma ad una sorta di leit motiv che torna puntuale in determinate circostanze. Ma come frenare il mio naturale impulso alla comprensione, almeno un attimo prima che esso abbia la possibilità di scoprirmi un fianco?
Dovrei fare come gli psicologi o gli psicoanalisti, ovvero indire delle sedute apposite per poi cercare di mantenere i confini e le distanze, evitando di pagare delle sicure conseguenze emotive?
In poche parole, dovrei cominciare ad interessarmi alle persone senza interessarmene allo stesso tempo o, comunque, senza creare un'aspettativa di ritorno, quindi: non creare legami, solo libere associazioni.
Ma viremu cchi nesci.
[parentesi vernacolare obbligatoria.]


5 commenti:

Denise Cecilia ha detto...

Non c'è molto da dire, dal momento che sono in una posizione molto, molto simile alla tua.
Per me la psicologia è un atto naturale, quotidiano e caratterizzato in ogni rapporto che ho: è dunque adatto a diventare uno degli strumenti per difendermi; non devo sceglierlo ma solo re-inventarlo.
Ciò su cui pecco, e che mi ha sempre portato problemi, è l'avere un'aspettativa eccessiva, decisamente ottimistica, sulle persone e quel che possono dare.
Meglio ancora: una fiducia nella loro capacità di comprensione e nella loro buona fede che non ha riscontro.
Per superare questo scoglio, però, che in altre forme avevo già incontrato; ciò che a me risulta davvero utile non è un particolare atteggiamento, quanto la 'semplice' accettazione e non resistenza all'idea che chi ho di fronte, spesso, non è in grado di offrire e corrispondere ciò che per invece è spontaneo e naturale.

E' dura comprendere una realtà, volerne fare partecipi gli altri a cui magari pure teniamo, e scontrarsi con un muro che ce lo impedisce.
Avere a che fare con disabili cognitivi in questo senso insegna molto, anche quando - come me - non si riesce del tutto a smettere di insistere, perché la 'mèta' sembra vicina ed ovvia, e impossibile che non la si raggiunga...
... e ciò che più mi fa patire è proprio il non poter appianare e modificare le sciocchezze da poco, non i grandi sistemi.

Denise Cecilia ha detto...

In altre parole, mi spiego meglio (poi taglio, giuro! :)...
... uno dei segreti è imparare a capire che spesso la reazione degli altri al nostro - diciamo così - interessamento partecipe non è da loro nè voluta, nè controllata come lo sarebbe per noi.
Non c'è molte volte nulla di logico, nè tantomeno di personale.

Come accenni: relazioni, ma non legami.

Alexis ha detto...

Ma sai quale, secondo me, può essere anche uno dei motivi per cui si fatica ad entrare in connessione con gli altri? Il legarsi all'idea che si ha di una persona, piuttosto che alla persona in sé, nel suo divenire.
Credo che questo limiti di molto lo spettro di dialogo, perché per quanto ci si possa impegnare nel farsi capire, dall'altro lato permarrà una visione che non riesce a sintonizzarsi con la realtà presente.

Ciò che dici riguardo la 'non resistenza' e l'accettazione, penso sia fondamentale, però comprendo anche che la sua attuazione è piuttosto complicata, poiché sostengo sia inevitabile crearsi delle aspettative e ce le si crea per lo stesso ed identico motivo che, poi, suscita disguido: un'idea, un ideale che abbiamo dell'altro.

Dovremmo considerarci tutti come degli esseri in evoluzione e contemplate il fluire di atteggiamenti e comportamenti, senza mettere barriere alla libertà d'azione e di scelta degli individui.

Personalmente, la mia natura critica, mi porta a comprendere e 'scansionare' le scelte degli altri, quindi a "non sentirmi in diritto/dovere di modificarne l'essenza o la rotta", poiché ritengo importante anche questo passaggio: non siamo in missione di pace con gli altri, siamo in stato di convivenza.
E qui, tornando al post, credo risieda l'essenza dell'Empatia.

Si tratta poi, anche di avere la forza di tenere presente questo discorso quando i fatti si svolgono, in cui la lucidità viene meno e siamo più presi dall'emotività del momento!

Denise Cecilia ha detto...

Ecco: io sono di natura critica, ma talvolta divento iper-critica. E lì rimango impigliata nella necessità che 'le cose vadano come dovrebbero andare'; posto per un attimo che sia noto questo come.
Non entro nel merito, perché confonderei le idee a entrambe.
So per certo di non aver mai preteso di 'cambiare' un'altra persona a mio piacimento (la missione di pace di cui parli), ma ora so anche che questo non basta.
Un sano distacco è il minimo necessario di cui ho bisogno ora sia per curare me stessa che per non ferire gli altri, e se l'attuazione non è facile mi è facile almeno accogliere questa prospettiva senza trovarla opprimente, o mutilatoria.
Di fatto non lo è: non si tratta di chiudersi al mondo o di rifiutarlo, ma di disporci in maniera - in un certo senso - più defilata.

Alexis ha detto...

"sia per curare me stessa che per non ferire gli altri" -> Ecco!!
Ci ho pensato milioni di volte anche io e, per un periodo, mi era anche riuscito di attuarlo! Solo che poi sono ricaduta nel sistema degli affetti, che è comunque piacevole da vivere ed è effettivamente bello condividere in maniera profonda le proprie esperienze con gli altri.

Ma poi, essendo tutti delle variabili indipendenti, è normale che si incrinino le cose al primo cenno di cambiamento. È assolutamente naturale... però la soluzione che proponi pare sia l'unica veramente sensata da attuare, quando si riscontrano troppe, continue e sempre le stesse difficoltà, nonostante si cerchio di porre rimedio ogni volta. ^^