venerdì 7 gennaio 2011

Di quell'amore accademico per l'Arte

In quanti scoprono per caso, durante il proprio percorso, un amore accademico per la Storia dell'Arte?
Quell'amore astratto, nozionistico, tecnico e preciso, storico, appunto, che arricchisce le bocche di termini, ma spesso inaridisce il cuore e l'Arte stessa di contenuti.
E me lo chiedo perché, purtroppo, noto che questo errore sono in molti a farlo.
Questo atteggiamento, questa tensione accademica che inonda ogni frangente del sapere umanistico che è, nelle sue forme più alte, frutto del puro genio umano.
Perché dissacrare ciò che è nato per essere divino, maestoso? Perché insozzare con rocamboleschi giochi di parole, qualcosa di fondamentalmente libero, almeno nelle sue sfumature più contemporanee?
Potreste dirmi che è impossibile, come in tutti i campi del sapere[introducendo, stavolta, anche quello scientifico], essere privi di un linguaggio tecnico e di una determinata precisione nell'indicazione di riferimenti storico-biografici e di un'oculata e attenta ricerca di queste ultime, ed io vi risponderei che ne sono ben consapevole e che è assolutamente indispensabile per la comprensione di un'opera o di un fenomeno, possedere delle solide basi cognitive. Ma il problema risiede proprio nel rendere le basi l'unico approccio possibile ed esistente alla materia.
Prima di tutto vi è un problema di fondo: la sensibilità artistica non si crea a tavolino.
Credo poco negli improvvisati critici o storici dell'arte, poiché considero l'Arte qualcosa di talmente sacro  che, a mio parere, l'amore per essa o si ha sin dalla culla oppure sarà solo e sempre un fuoco di paglia alimentato a gas.
Ed è proprio il secondo caso che io denuncio in modo accorato e disperato, perché sarà in quella primordiale mancanza del "principio primo" che l'accademismo si arroccherà e costruirà la propria fortezza, che si creeranno infinite orde di terribili critici che non vibrano nemmeno per un istante del fuoco della passione autentica. Delle statue di marmo, insomma, degli oracoli con registratore incorporato che non subiranno mai il fremito dell'estasi e dell'illuminazione, ma che si limiteranno a trasmettere informazioni criptiche a chi si troverà lì per caso a sentirli, spesso dimenticandosi dell'oggetto-soggetto stesso del proprio dire, in favore dell'autocompiacimento di questo stesso, il "dire" appunto, il linguaggio.
Ma può mai, l'Arte, essere ridotta a questo?
Può mai divenire veicolo di elogio al mezzo creato per svelarne le magie?
È un po' quello che accade ai testi sacri delle religioni, se ci si pensa su un attimo.
Si pone più attenzione al testo, al tessuto, alla trama che le parole umane costruiscono, che al divino di cui narrano o pretendono di narrare.
La divintà cosa è, ormai? È l'omelia del sacerdote della domenica [da intendersi anche come espressione derisoria riferita al sacerdote stesso], è il rispetto dei sacramenti, è il salmo, è la preghiera, è la buona azione giornaliera, è un accessorio estetico-formale-verbale, quando, in realtà, non è nulla di tutto questo o non dovrebbe esserlo.
La divinità è ed è in se stessa. Ammesso anche che essa si trovi nell'umano, ciò non può compromettere la sua essenza in quanto tale e rinchiuderla in convenzioni che ne limitano la conoscenza nel tentativo di dischiuderla, è ucciderla.
E lo stesso vale per l'Arte.
Se dell'Arte non si respira più la magia, il soffio, l'anima, se non si resta più innocentemente stupiti di fronte a qualcosa che ci appare sublime o meraviglioso e si tenta, invece, di decodificare immediatamente e con esattezza tutto ciò che passa sotto lo scanner della retina, senza prendersi il tempo di far vivere dentro il proprio essere le emozioni scaturite dal semplice godimento della vista, allora dell'Arte non rimarrà  altro che un fantoccio. Un manichino, una tela vuota e priva di qualsiasi senso, un oggetto di mero ed arido studio, non di ammirazione e sensazionalità.
L'Arte non merita di essere ridotta a questo, strumento di vanto di chi si presume esperto. L'Arte necessita di essere colta nella sua essenza prima, nelle sensazioni istintive ed intuitive che essa emana.
Quanto sono vuote quelle parole che, sfoggiando significati arditi e minuzie intellettuali, denundano figure, colori e forme della propria sfolgorante bellezza, rubando, da queste, vesti che non gli sarebbe concesso indossare.

Alexis
07.01.2011

2 commenti:

Denise Cecilia ha detto...

Sai che c'è?
E' fin troppo facile sentirsi arrivati e colti perché ci si ricorda un titolo, un artista o un termine tecnico, e illudersi che comprendere la storia, la tecnica e persino l'elemento economico dell'arte significhi comprendere l'arte stessa.
E' vero anche il contrario, però: è estremamente facile emozionarsi, financo pisciarsi in braghe di fronte alla maestosità, sentirsi coinvolti e interpellati, sentire di stare partecipando a qualcosa 'di più grande' (che effettivamente lo è) e ritenere che questo basti a fare, e ad essere, dentro l'arte.

Alexis ha detto...

Ahah, capisco benissimo a quale fenomeno contrario ti riferisci ed è insopportabile tanto quanto, a mio avviso! Sebbene in alcuni casi possa risultare più genuino come atteggiamento, ma solo se portato avanti con umiltà e ammirazione sincera.
Purtroppo, però, spesso tensioni egocentriche si impossessano di questa spontaneità che diventa più costruita e falsa della "sapienza accademica", che comunque ha dalla sua delle possenti fondamenta!